L’ANGOLO DEI LIBRI – L’arte di legare le persone di Paolo Milone

La fascetta in effetti lo annunciava, che si aveva tra le mani un libro diverso da tutti gli altri: sin dalla prima pagina (non giustificata, al pari di tutte quelle a seguire – ricordi, annotazioni, tracce e sentimenti lasciati liberi di fluire su carta e di disporsi a piacimento) L’arte di legare le persone (Einaudi) avvolge il lettore, gli fornisce le chiavi per varcare le porte blindate che separano il mondo dal Reparto 77, il reparto di Psichiatria d’urgenza in cui l’autore, lo psichiatra Paolo Milone, ha esercitato per decenni la sua professione. Il suo è «il lavoro che fa più paura a tutti» perché costringe a raggiungere i pazienti da qualche parte, non si sa dove, come, quando: lo spazio smarrisce il suo valore positivo assoluto per trasformarsi nell’unità di misura del niente e bisogna essere disposti ad attraversare distanze siderali per decifrare dolore e disperazione. Al centro della narrazione ci sono i pazienti: impariamo a conoscerli per nome (Lucrezia, Ennio, Marcello, Filippo, Chiara, Carmelo), ne immaginiamo le vite dentro e fuori dal reparto, soffriamo per le loro ricadute e, talvolta, assistiamo inermi al loro farsi vento e al solo permanere di piccoli simulacri a testimoniare la loro presenza. Milone racconta anche la vita in ospedale, i colleghi amabili e quelli no, la fatica di alcuni giorni, lo sforzo immane di chiudere a chiave le porte del reparto per fare ritorno alla propria vita. È un libro che apre discussioni su realtà che scorrono silenziose e suscita dibattito anche in merito alle pratiche da adottare, soprattuto nella psichiatria d’urgenza: L’arte di legare le persone richiama la necessità di trame relazionali che leghino il paziente alla cura e alla vita, ma anche, talvolta, del contenimento nella fase acuta, affinché il paziente non venga abbandonato e possa così salvarsi («Ma questa è la cosa bella del nostro mestiere:/si passa dalla tauromachia/a distendere la mano perché una farfalla in volo vi si posi leggera»). Fondamentale, sempre, la parola: Milone sa metterle insieme con grande poesia e partecipazione, si percepiscono chiaramente i moti dell’animo che le ispirano; alla stessa maniera egli chiede al paziente di «non usare con me altre parole che non siano le tue./ Le accoglierò come ospiti care in ritardo a una festa,/ sbatterò la pioggia dai loro vestiti, riporrò i loro ombrelli/ e le farò accomodare in salotto»). A fare da sfondo c’è Genova: «città storta» che nei suoi caruggi i matti li nasconde, o li richiama allo scoperto, verso il mare. Se l’autore ha scelto di «guardare l’abisso con gli occhi degli altri», a noi ha fatto dono di un lavoro che scava e riporta alla luce frammenti di umanità in cerca di comprensione.

 

Diana A. Politano

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