Il censimento dei radical chic di Giacomo Papi

Nel 1970 lo scrittore e giornalista statunitense Tom Wolfe coniava l’espressione radical chic e delineava i contorni di questa categoria sociologica in un lunghissimo resoconto apparso sul New York Magazine. Radical chic rappresenta tutt’oggi una formula che, a dispetto del passare di qualche decennio, non ha perso neanche un po’ del suo smalto, anzi: è tutto un parlare di élites e di chic radicale perché, come osservano alcuni, sembra rotto quel patto con la gente, con il popolo che per secoli – a usare le parole di Alessandro Baricco – ha garantito a tutti «un ambiente comune in cui sia meglio per tutti vivere».

È in un clima politico-culturale siffatto, che non può non suonare familiare a ciascun lettore, che Giacomo Papi ambienta il suo nuovo romanzo, Il censimento dei radical chic (Feltrinelli): in una società afflitta dalle tensioni socioeconomiche e governata da una classe politica che sceglie di parlare alla pancia degli elettori e di cavalcare l’onda delle loro emozioni – così facili ed elementari –, il nemico è rappresentato da chi rientra nei parametri classificatori del radical chic (scrittori con la smodata passione per i dolcevita di cachemire, professori con biblioteche da «un paio di metri di Adelphi color pastello», cardiologi appassionati di cibi e vestiti etnici). E il sedicente nemico? Inconsistente, superficiale, votato ad ascoltarsi più che ad ascoltare. Siamo di fronte ad un romanzo che è una distopia neanche troppo lontana dallo stato delle cose (oggi che pure l’unico fattore aggregante in politica pare essere l’individuazione di un comune nemico – che più astratto è, meglio è). La narrazione comincia con un omicidio, quello del professore Giovanni Prospero il quale, nella foga del dibattito durante un talk show televisivo, si lascia scappare una citazione da Spinoza («e il sorriso del conduttore, di solito così cordiale, si irrigidì in una smorfia ostile: “Nel mio programma,» disse, “non permetto a nessuno di usare parole difficili. Le pose da intellettuale sono vietate”. Dopo una pausa ostentata, il conduttore aggiunse: “ Questo è uno show per famiglie e chi di giorno si spacca la schiena ha il diritto di rilassarsi e di non sentirsi inferiore”»), e prosegue con un crescendo di violenza ai danni di figure di spicco del mondo della cultura. Una vera e propria emergenza sociale che va affrontata a colpi di decreti legge con l’istituzione, a solo scopo protettivo, del Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic e la contestuale creazione della figura del Garante per la Semplificazione della Lingua Italiana, nonché di un’apposita Commissione ministeriale che avvicini le lingue del popolo e dell’intellighenzia. Se la Nuova Grammatica, un agile volumetto di 57 pagine, avrebbe sancito la fine del congiuntivo e dei trapassati prossimo e remoto, meno di 50 mila parole (a fronte delle 150 mila di un buon dizionario) sarebbero bastate a «dire qualsiasi cosa». Ma così non può essere: troppe le pieghe dei pensieri, le storie dietro alla nostra umanità (sebbene a tratti perduta), troppi i ricordi cui dare un nome, mentre nulla la voglia di imparare a memoria un Dizionario delle parole abolite.

Diana A. Politano

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