Riapertura Scuola: divisioni vere su problemi irreali – del prof. Giancarlo Canuto

Appartengo a quelli che hanno pubblicamente sostenuto l’importanza decisiva del ritorno a Scuola “perché il Paese ritornasse a vivere ‘crescendo’”, scrivevo sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 30 agosto 2020. In quei giorni in Italia i casi giornalieri superavano appena i mille (in Puglia non arrivavano a 60), mentre quelli totali erano poco più di 260.000 (5mila nella nostra Regione). Per amore di verità anche con quei numeri erano in tanti contrari alla riapertura, e non tutti per speculazione politica, gente che probabilmente aveva ragione ma all’epoca sembrava davvero una prudenza eccessiva.

Poi tutto si è capovolto nel volgere di un paio di mesi e oggi i numeri dicono drammaticamente altro: in Italia medie giornaliere superiori ai 15.000 nuovi contagi ed oltre 2.300.000 totali. Lo stesso in Europa e tutti parlano dell’attesa della terza ondata.

Avendo idealmente spinto per la riapertura posso oggi esprimere tutte le preoccupazioni che vanno in senso opposto? Posso, per quanto valga una opinione di un singolo docente, appellarmi perché la vicenda si “spogli” di un contrasto rigido, quasi ideologico, per guardare la vicenda privilegiando il punto di vista strettamente sanitario, facendo tesoro di ciò che è successo, verificare cosa è cambiato e prevedere cosa potrebbe accadere?

Ci provo rivolgendomi soprattutto a coloro che hanno lottato per una Scuola migliore in tempi non sospetti e sono certo oggi avvertano come nociva e perniciosa questa profonda spaccatura realizzatesi sul tema della apertura o meno della scuola in presenza, sia all’interno della comunità scolastica e sia nel rapporto tra questa e gli altri soggetti educanti come famiglie e istituzioni.

Il punto di partenza per provare a ricucire, a mio parere, è ritrovarci intorno a ciò che pensavamo sul Diritto allo Studio prima del Covid. Non eravamo forse convinti che mentre riconoscevamo e difendevamo coi denti il ruolo insostituibile della Scuola nella crescita di questo Paese, nello stesso tempo questo diritto, costituzionalmente garantito, è stato per decenni vistosamente leso fino a marginalizzare l’istituzione scolastica così come è plasticamente visibile dalle condizioni dei suoi edifici? Non possono le parti che oggi sono divise e contrapposte intendersi su una doppia verità che va tenuta strettamente unita per gettare luce all’interno di una diatriba sterile e ingannevole tra “aperturisti” e “chiusuristi”?

Davvero improvvisamente chi non ha mai dato nessun valore alla scuola anzi ha lavorato per demolirla oggi può sperare sull’effetto taumaturgico sulle omissioni passate solo schierandosi per la riapertura in piena pandemia? E chi invece da anni ha sempre lottato per una Scuola che aiutasse a superare le disuguaglianze e garantisse a tutti il miglior inserimento sociale e culturale possibile, davvero può credere che tenendo chiusi gli Istituti in presenza in piena pandemia si leda il principio costituzionale del diritto allo studio per cui abbiamo sempre lottato? A me pare una divisione fuorviante, non perché non ci saranno danni provocati da questo perdurante modalità emergenziale, specie nei soggetti più deboli, della istruzione pubblica ma perché la Scuola non “ha mai chiuso” e ripartirà in poco tempo a fine pandemia. Mentre sappiamo che non sarà così per tanti altri “soggetti”. Il senso della misura dovrebbe accompagnare le nostre valutazioni per evitare che siano catastrofiche.

La seconda questione che tanto ha diviso, anche per l’assenza di dati scientifici certi e comparabili, è il grado di contagiosità del “luogo” scolastico. Ho fiducia invece che possa essere facile condividere tutti insieme, aperturisti e chiusuristi, che non è “dentro” le classi il problema poiché sappiamo che in tutte le scuole sono state applicati con rigore, ed in certi casi anche con encomiabile creatività (considerata la vetustà di certi edifici), tutti i protocolli di sicurezza che rendevano (e rendono) lo stare insieme di tanti soggetti “sicuro”. E, soprattutto, queste disposizioni sono state, nella stragrande maggioranza dei casi, rigidamente monitorate perché fossero rispettate.

Se è così allora non è difficile convenire, tutti insieme, su una lapalissiana verità che è ancora più stridente fino a divenire scandalosa: il problema centrale non è come le ragazze ed i ragazzi stanno “dentro” la scuola ma come ci “arrivano” Problema anche questo annoso che già nelle piccole province è drammatico e ancora di più lo è nei grossi centri urbani. Ed è pensabile che una inadeguatezza infrastrutturale di tale portata possa essere risolta con “differenziazioni” (peraltro già tentate) di orari quando servono interventi strutturali su mezzi, personale ed organizzazione che richiedono ben altri tempi ed investimenti e, duole dirlo ad un anno dall’inizio della pandemia, neanche si sono intravisti?

Se per la riduzione del contagio diventano fondamentali e urgenti le modalità che consentano di raggiungere i plessi scolastici “in sicurezza” rimane inspiegabile come mai tanto forti sono state e sono le resistenze – nell’Italia delle privatizzazioni a gogò – ogni interazione tra pubblico e privato? Perché ci si divide sulla scuola e non si chiede con forza e all’unisono condizioni emergenziali migliori di trasporto utilizzando l’immenso parco mezzi privato reso inagibile dalle restrizioni provocate dalla pandemia?

Infine un’ultima questione fintamente divisiva sulla quale temo sarà difficile trovare consensi maggioritari ma che sento doveroso precisare. Per chi conosce davvero le modalità di “fare” scuola non è forse corretto affermare che nella contrapposizione capziosa tra didattica in “presenza” e quella “a distanza” il vero grande nodo è proprio la Didattica? Non è forse la grande assente nella formazione di generazioni di docenti vecchi e nuovi, eccezionali nella conoscenza delle loro discipline ma impreparati, spesso senza alcuna consapevolezza, sulle modalità di efficace trasmissione? Non è quindi anche questa una divisione “surreale” creata ad arte come arma di “distrazione di massa”, con filippiche sui più deboli abbandonati quando questi lo erano da anni e nel silenzio generale?

Liberati da pregiudiziali o da falsi problemi l’unico fronte che può farci ritrovare unità non è il salvataggio della Scuola, che non sta morendo e non morirà, ma il contrasto alla diffusione della pandemia, in attesa del riscontro della efficacia della campagna di vaccinazione. La Scuola non deve assomigliare, neanche lontanamente, a tutti coloro che difendono corporativamente (più o meno giustificatamente) le proprie condizioni particolari dimenticando il bene generale del Paese.

Mesagne, 18 gennaio

Giancarlo Canuto – docente

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