Mensa scolastica. De Siati (Fi): “Non sono solo servizi ma strumenti per una Città più europea”

Riprende il servizio mensa nelle scuole della nostra città e oggi, 8 febbraio 2021, gli alunni di Brindisi torneranno al tempo pieno come i loro coetanei che vivono a Milano, Roma, Parma, Perugia, Firenze, ma anche come quelli di Lecce, San Pietro Vernotico, Fasano e altri comuni vicini, per non stare a guardare sempre la chimera del Nord Italia.
In tutti questi mesi, mentre altrove, anche a due passi da noi, si trovavano soluzioni e si applicavano protocolli per ripristinare la normale routine scolastica, Brindisi rimaneva al palo. Non se ne comprendono le ragioni, ma, del resto, nella città in cui l’inizio del servizio di refezione non coincide mai con l’avvio delle lezioni e termina molto prima della conclusione dell’anno scolastico, nessuno si è meravigliato di questo surreale immobilismo. Né un sussulto di dignità da parte dell’assessore al ramo, né dalla presidenza della commissione pari opportunità e nemmeno da qualche pasionaria delle sedicenti organizzazioni femministe. Il vuoto pneumatico intorno agli alunni, alle famiglie e alle madri che hanno dovuto, ancora una volta, da sole e in autonomia, riorganizzare e conciliare tempi e spazi casa-lavoro.
Questa vicenda assurda della mensa, infatti, si riverbera su due ordini di problemi: il primo riguarda i bambini della scuola dell’infanzia e della primaria che hanno dovuto rinunciare, loro malgrado, alle attività pomeridiane svolte nelle loro scuole fino allo scorso anno, il secondo afferisce alla radicata convinzione e certezza che i genitori, alla fine, riescano sempre a cavarsela da soli. E, al netto di stucchevoli ipocrisie, che siano proprio le mamme a dover tenere, ancora una volta, tutto insieme: figli, lavoro, casa, cura dei genitori. Soprattutto alle nostre latitudini.
Ci sarà sicuramente qualcuno che si opporrà al ragionamento di chi scrive, soprattutto donne, e, infatti, non di rado ci sono stati aspri scambi di battute tra madri che chiedevano la riapertura del servizio mensa e altre, contrarie, che le guardavano quasi fossero pazze, terrorizzate dall’emergenza sanitaria in atto.
In un clima di caos e discordia, chi ha il dovere di prendere delle decisioni, di tutelare e garantire l’esercizio di un diritto, si è adagiato ed è stato a guardare.
In questa sede è superfluo persino entrare nel merito della gestione dell’appalto alla ditta che avrebbe dovuto erogare il servizio, sebbene sarebbe interessante capire quale siano stati i costi sostenuti dalla collettività in questi mesi per un servizio mai partito, ed è preferibile ragionare in linea di principio.
La nostra è una città del sud in cui il gap tra il tasso di occupazione e popolazione femminile è strutturale e culturale, acuito dall’esperienza pandemica del Covid19.
Non solo le donne occupate sono in numero ancora troppo esiguo e quelle in posizioni apicali ancora meno, ma c’è una resistenza culturale all’emancipazione femminile preoccupante per il cui superamento le istituzioni dovrebbero giocare un ruolo fondamentale. Invece, al contrario, sembra che siano proprio queste a remare contro o, quantomeno, a non ritenerlo un problema da risolvere.
Quest’anno abbiamo assistito ad incertezze imperdonabili rispetto l’avvio degli asili nido e, da settembre, la mancata erogazione del servizio mensa.
Dietro ogni bambino che non può andare al nido o non può frequentare il tempo pieno, c’è una madre, una donna, costretta a chiedere un part time, a rinunciare ad una promozione, una professionista che deve ridimensionare le proprie aspirazioni, una casalinga che vorrebbe contribuire al reddito familiare, una mamma single che deve trovarsi un lavoro.
Non si tratta ‘solo’ di bambini, si tratta di promuovere una reale cultura paritaria, di contribuire sostanzialmente all’accesso al mondo del lavoro di quelle donne escluse per condizione sociale, si tratta di avere in testa un modello di città che vada oltre i proclami e cominci davvero a ragionare con una mentalità europea.

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