Riprendere oggi alcune delle ricerche che avevo pubblicato nel 2012 significa farlo in un clima profondamente diverso da quello nel quale quelle ipotesi vennero formulate. Sono trascorsi quasi quattordici anni e avverto una maggiore disponibilità ad ascoltare interpretazioni differenti della storia di Brindisi, a confrontarle con quelle consolidate e soprattutto a considerare la possibilità che alcuni monumenti, reperti e simboli della città possano raccontare qualcosa di più rispetto alla lettura alla quale siamo stati abituati, senza sostituire una ricostruzione con un’altra o considerare superato ciò che l’archeologia e la storiografia hanno acquisito.
In quegli anni il mio rapporto con Brindisi non si esauriva nello studio personale o nella scrittura di un libro. Ero presidente dell’Associazione Culturale Virgilio, che sotto la mia conduzione sviluppò un’intensa attività dedicata alla città, alla sua storia, alla tutela dei monumenti e alla valorizzazione di un patrimonio che ritenevamo non sempre adeguatamente conosciuto e difeso. Una parte considerevole del mio lavoro si concentrò sulla ricostruzione storica e storiografica di Brindisi, accompagnata da iniziative culturali, segnalazioni, interventi pubblici ed esposti attraverso i quali cercavamo di richiamare l’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica sui beni della città.
Alcune interpretazioni che avevo formulato, pubblicato o presentato in quegli anni sono state successivamente riprese da altri senza citarne la provenienza. È accaduto con alcune osservazioni relative alla trozzella messapica e con l’ipotesi riguardante gli avvenimenti del 1528 e la distruzione di una delle colonne del porto. Non mi interessa riaprire polemiche né rivendicare primati fini a se stessi. Ritengo semplicemente corretto ricordare la cronologia delle ricerche quando questa è documentabile, perché ogni ipotesi può essere ripresa, sviluppata, corretta o contestata, conservando memoria del percorso attraverso il quale è nata. Quando formulai le ipotesi confluite in Brundusium. Storia e… avevo alle spalle molti anni di studio dedicati al simbolismo, all’interpretazione delle forme, alle corrispondenze e ai linguaggi attraverso i quali le civiltà antiche affidavano significati alle parole, all’architettura, all’orientamento degli edifici, agli oggetti e alle immagini. A questo si affiancava ormai un’attività concreta sulla città, fatta di ricerca storiografica, confronto con le fonti, osservazione dei monumenti e iniziative pubbliche.
Davanti a un reperto non mi domandavo soltanto che cosa fosse secondo la classificazione archeologica, cercavo anche di comprendere perché possedesse proprio quella forma. Davanti a un monumento osservavo la posizione e mi chiedevo se potesse avere altre funzioni. Davanti a un nome antico cercavo di seguirne le trasformazioni e di verificare se il significato tramandato fosse l’unico possibile.
Le colonne del porto rappresentano uno degli esempi più evidenti di questo metodo. Non mi fermai alla tradizionale interpretazione che le identificava come monumento terminale della Via Appia e cercai di leggerne la posizione, il rapporto con il porto, il valore simbolico degli elementi architettonici e la relazione con il Sole, la Luna e l’osservazione del cielo. Nel libro arrivai a proporre una diversa interpretazione del complesso, collegandolo a un possibile Grande Tempio e a una funzione astronomica, sino a descriverlo come un possibile riferimento per l’osservazione dei solstizi e degli equinozi. Negli anni successivi quella ricerca sarebbe proseguita sino alla ricostruzione degli avvenimenti del 1528 e alla possibilità che la caduta della seconda colonna fosse collegata alle operazioni militari che interessarono Brindisi durante le guerre delle Leghe Sante.
Oggi desidero però tornare soprattutto a una domanda che riguarda qualcosa che pronunciamo continuamente senza quasi più interrogarci sulla sua origine: il nome stesso della città.
Da dove viene realmente il nome di Brindisi?
La risposta più conosciuta richiama immediatamente la forma straordinaria del porto e quella testa di cervo che da secoli accompagna la spiegazione del nome antico della città. Guardando dall’alto i due grandi seni interni, l’immagine appare talmente evidente da sembrare quasi una risposta già scritta nella geografia. Brindisi sarebbe stata Brentesion, poi Brundisium o Brundusium, perché il suo porto ricordava la testa e le corna di un cervo e perché una parola messapica, secondo la tradizione tramandata dagli autori antichi e ripresa nei secoli successivi, avrebbe indicato quell’animale o quella particolare forma. È una spiegazione antica, affascinante e profondamente radicata nella memoria della città. Non esiste alcuna ragione seria per cancellarla. Esiste però una ragione altrettanto seria per continuare a interrogarla, perché seguendo il nome attraverso le sue differenti forme e affiancando alla linguistica la storia materiale di Brindisi, la questione appare più complessa.
Nel 2012, quando scrissi Brundusium. Storia e…, terminato di stampare nel maggio del 2013, decisi di affrontare il nome della città come uno dei problemi iniziali della mia ricerca. Scrivevo allora: «Comincerò dalla più Controversa vicenda che interessa la città di Brindisi, il suo NOME che agli occhi di un attento ricercatore, risulta essere il Primo, quasi incomprensibile “Dilemma”, stimolo delle mie ricerche Alternative».
La parola era dilemma, non certezza, dimostrazione o conclusione. Lasciavo consapevolmente aperta la questione e proprio per questo, a distanza di quasi quattordici anni, posso riprenderla aggiungendo documenti e confrontando testimonianze che allora non avevo utilizzato.
Prima di arrivare al cervo occorre rimettere ordine nella storia del nome. Nel corso dei secoli forme appartenenti a epoche, autori e tradizioni linguistiche differenti sono state spesso accostate come semplici grafie equivalenti.
Nel mio libro partivo da Andrea Della Monaca e dalla sua Memoria Historica dell’Antichissima e Fedelissima città di Brindisi, pubblicata nel 1674. Della Monaca riferiva che Plinio, Strabone e molti altri scrivevano Brundusium, Livio Brundisium, Stefano Brentisium, Tolomeo anche Brendesium e Diocle Bentision. Riportavo quindi Brundusium, Brundisium, Brentisium, Brendesium e Bentision perché il problema non consisteva nello scegliere arbitrariamente una grafia moderna, bensì nel comprendere come un nome molto più antico della dominazione romana fosse stato ascoltato, trascritto e adattato da autori appartenenti a tradizioni linguistiche differenti.
Nel libro distinguevo due percorsi. Brentisium e Brendisium venivano ricondotti alla leggenda di Brento, figlio di Ercole, dalla quale sarebbe derivato Brention, mentre Brundusium e Brundisium venivano collegati a Brunda, interpretata come capo di cervo in messapico. Ricordavo anche la formula attribuita a Ennio, Brunda Caput Cervi Veteres dixere Coloni. Scrivevo allora che nella storia del nome non emergeva alcun riferimento al brindare o al fare un brindisi. Quella conclusione merita oggi di essere riaperta. Il riferimento al brindare esiste almeno sul piano della tradizione storiografica e dell’uso successivo del nome, proprio perché fare un brindisi significa ancora oggi compiere un gesto celebrativo che richiama direttamente il nome della città.
Fra le ipotesi da verificare può quindi essere considerata anche quella che collega la forma romana Brindisium a Brindis Dei e alle cosiddette cinque giornate di Brindisi, ricordate come momenti di celebrazione per chi partiva da Roma verso l’Oriente e per chi rientrava dalle campagne militari. Non sarebbe questa l’origine più antica del toponimo, già attestato in forme precedenti alla romanizzazione, bensì una possibile reinterpretazione maturata in età romana o successiva, capace di spiegare perché il nome Brindisi sia rimasto legato anche all’atto del brindare e al brindisi come gesto di saluto, augurio e celebrazione.
La cronologia rimane decisiva. Brentesion appartiene alla tradizione più antica del nome, mentre Brundisium e Brundusium appartengono alla sua storia latina. Un toponimo può nascere con un significato, essere reinterpretato attraverso un’altra lingua e, molti secoli dopo, generare nuove parole o associazioni. Una città può ricevere il proprio nome da una caratteristica geografica e successivamente prestarlo a un oggetto, a una materia o a una consuetudine.
Questa possibilità acquista un significato particolare quando alla storia linguistica affianchiamo quella materiale della città.
Brindisi non fu soltanto un luogo dal quale si partiva. L’immagine della porta d’Oriente, del terminale della Via Appia e del grande porto attraverso il quale transitavano eserciti, funzionari, mercanti e viaggiatori è corretta, eppure un porto di quelle dimensioni aveva bisogno di cantieri, officine, magazzini, riparazioni navali, utensili, armi e componenti metallici. Una città portuale non vive soltanto facendo transitare merci e persone, produce, ripara e trasforma.
Nel mio libro avevo raccolto testimonianze relative alle fornaci e alle lavorazioni del ferro, del rame e del bronzo. Un documento del 1239 ricorda una magna ruga scutariorum in vicinio ecclesie Sancti Iuliani. Le Constitutiones Regni Siciliae di Federico II del 1231 permettono di avvicinare gli scutari agli scutorum artifices, gli artigiani che fabbricavano scudi.
Nicola Vacca, nello studio Fonditori di bronzo in Brindisi, pubblicato nell’Archivio Storico Pugliese nel 1955, identificò la magna ruga scutariorum con quella che sino agli inizi dell’Ottocento era chiamata strada delle ferrarie, l’attuale via Cesare Battisti. Interpretò inoltre gli scutari come fabbricanti di scudi e fonditori di bronzo, le cui officine occupavano una delle principali vie della città medievale.
Vacca riportava la lavorazione del bronzo brindisino a un’epoca molto più antica e richiamava Plinio, secondo il quale a Brindisi venivano prodotti con particolare perfezione specchi metallici ottenuti attraverso leghe di stagno e rame.
Uno specchio metallico richiedeva una conoscenza precisa della lega, della fusione e soprattutto della lavorazione della superficie. Prima della diffusione degli specchi di vetro argentato, ottenere una superficie metallica sufficientemente regolare e lucida da riflettere un’immagine presupponeva una tecnica raffinata. Se una produzione brindisina di questo genere era conosciuta al punto da essere ricordata dalle fonti, il nome della città poteva circolare insieme ai suoi manufatti.
Con le sole parole Brundisium e bronzo potremmo trovarci semplicemente davanti a una coincidenza. La questione cambia quando scopriamo che studiosi europei avevano già affrontato il possibile rapporto fra le due parole molto prima delle mie ricerche.
Nel 1888 Marcelin Berthelot, uno dei maggiori studiosi europei della storia della chimica e dell’alchimia, pubblicò nella Revue Archéologique lo studio Sur le nom du bronze chez les alchimistes grecs. Berthelot non partiva dalla storia locale di Brindisi. Studiava i testi degli alchimisti greci e la terminologia utilizzata nei manoscritti per indicare metalli, leghe e procedimenti di trasformazione.
Nicola Vacca ricostruì questo passaggio ricordando un manoscritto dell’XI secolo, contenente materiali riconducibili a tradizioni precedenti, nel quale compariva una formula degli alchimisti greci per ottenere il bronzo con una denominazione avvicinata al latino aes brundusium.
Il rapporto fra Brundisium e il nome del bronzo non nasce quindi da una moderna suggestione locale. Alla fine dell’Ottocento era già entrato nel dibattito filologico europeo attraverso gli studi sulla storia della chimica e dell’alchimia.
La proposta di Berthelot entrò nella successiva discussione filologica. Otto Schrader la registrò insieme alle obiezioni che le furono rivolte e ricordò anche un’altra possibile derivazione, riconducibile in ultima analisi al persiano birinj. Già allora esistevano quindi due direzioni di ricerca, una collegata a Brundisium e una orientale.
Per comprendere la questione occorre ricordare come poteva circolare una parola tecnica nel mondo antico e medievale. Una denominazione poteva passare oralmente da mercanti e artigiani, entrare nelle botteghe, essere trascritta molto tempo dopo in un manoscritto, attraversare lingue differenti e subire trasformazioni fonetiche e grafiche. Il copista medievale poteva registrare una parola della quale non conosceva più l’origine geografica.
Una denominazione inizialmente riferita a una lega o a un prodotto proveniente da Brindisi avrebbe quindi potuto perdere progressivamente il proprio significato geografico e trasformarsi nel nome stesso della materia.
Il fenomeno non sarebbe eccezionale. Nel campo dei metalli possediamo il parallelo di Cipro. Il latino aes Cyprium, il metallo di Cipro, contribuì alla formazione della denominazione del rame. Cipro non significava rame: il luogo prestò il proprio nome al prodotto con il quale era strettamente associato.
Qualcosa di simile potrebbe essere avvenuto con Brundisium. Non è necessario sostenere che il nome messapico della città significasse originariamente bronzo. Brindisi potrebbe avere ricevuto il proprio nome per una ragione completamente diversa e, molti secoli più tardi, averlo prestato a una lega o a una produzione metallurgica particolarmente conosciuta.
La tradizione della testa di cervo e la possibile derivazione di bronzo da Brundisium non devono quindi essere necessariamente contrapposte. Potrebbero appartenere a momenti storici differenti. Il cervo potrebbe spiegare l’origine antica del nome della città e il nome della città potrebbe, molto più tardi, contribuire alla formazione del nome del metallo.
Questa possibilità non rimase confinata agli studi ottocenteschi. Nel 1930 l’Enciclopedia Italiana, alla voce Bronzo, registrava con prudenza una possibile derivazione da brundisium [aes]. Nel 1959 l’Enciclopedia dell’Arte Antica tornava sulla stessa possibilità attraverso aes Brundisium.
Il collegamento compare anche nella lessicografia contemporanea. Il Dictionnaire de l’Académie française, nella nona edizione conclusa nel 2024, spiegando la storia del francese bronze, lo considera un prestito dall’italiano bronzo e avvicina quest’ultimo al latino medievale brundisium, interpretato come metallo o lega di Brindisi. Vengono ricordate anche forme medievali come bronzium, brundum e bronzum.
Questo non dimostra definitivamente l’etimologia, dimostra però che la relazione Brundisium-bronzo appartiene realmente alla storia della ricerca etimologica e non può essere liquidata come una fantasia locale.
Esiste naturalmente l’ipotesi concorrente. Il vocabolario Treccani indica come probabile una provenienza dal persiano birinǧ, rame. La linea orientale possiede una propria storia filologica ed era già contrapposta alla proposta di Berthelot nella discussione ottocentesca.
La posizione geografica di Brindisi rende interessante anche questo elemento. Il porto era uno dei grandi punti di contatto fra Occidente e Oriente, guardava verso la Grecia e l’Adriatico orientale e attraverso queste rotte verso il Mediterraneo orientale. Le parole tecniche viaggiavano insieme agli artigiani e alle merci e potevano incontrarsi, sovrapporsi e modificarsi. Non possiamo affermare che una voce orientale abbia interagito con una denominazione occidentale, la possibilità invita però a studiare il problema anche all’interno delle relazioni linguistiche e commerciali mediterranee.
Bisogna soprattutto tenere separate due domande.
La prima è se Brundusium significasse originariamente bronzo, metallo o qualcosa collegato al suo colore. È l’ipotesi più radicale e attualmente la meno dimostrabile. Per sostenerla occorrerebbe una testimonianza linguistica molto antica capace di collegare una radice Brund-, Brend- o Brent- al metallo, alla fusione, alla lega o eventualmente al colore. La ricerca dovrebbe rivolgersi alla lingua messapica, all’onomastica preromana e alle lingue delle popolazioni delle due sponde dell’Adriatico.
Non possiamo utilizzare una forma medievale per attribuire automaticamente un significato a un toponimo attestato molti secoli prima.
La seconda domanda possiede invece una base documentaria più concreta. Non richiede che Brundisium significasse bronzo all’origine. Richiede soltanto che, in una determinata epoca, il nome della città sia stato associato abbastanza fortemente a una lega o a un prodotto metallico da trasformarsi in una denominazione tecnica. In questa prospettiva acquistano significato gli specchi ricordati da Plinio, la metallurgia brindisina, le forme conservate nei testi alchemici, Berthelot, Nicola Vacca e le testimonianze lessicografiche successive.
Anche la cronologia del termine richiede prudenza. Nel latino classico il materiale che noi chiamiamo bronzo non veniva normalmente indicato attraverso la nostra parola moderna. Il latino aes possedeva un campo semantico più ampio e poteva riferirsi al rame e alle sue leghe. Nel Medioevo la terminologia metallurgica rimase per lungo tempo meno rigidamente distinta di quella moderna.
Il bronzo come materiale è inoltre immensamente più antico della Brindisi romana. Le leghe di rame e stagno erano conosciute millenni prima e hanno dato il nome a un’intera età della preistoria. Nessuna ricerca seria potrebbe quindi sostenere che Brindisi abbia inventato il bronzo. Il problema riguarda il nome del metallo nelle lingue successive, non l’invenzione della lega.
La pista brindisina acquista interesse proprio quando questa distinzione viene rispettata. Non si tratta di attribuire alla città un’invenzione impossibile, bensì di verificare se una produzione metallurgica locale, conosciuta nel Mediterraneo, possa avere lasciato una traccia linguistica abbastanza forte da sopravvivere alla stessa Brundisium romana.
Immaginiamo il porto nel pieno della sua attività, con navi in entrata e in uscita, officine, magazzini, artigiani, metalli grezzi e prodotti finiti. In un ambiente simile il nome della città non viaggiava soltanto sulle carte geografiche. Viaggiava insieme alle merci. Uno specchio di Brundisium poteva essere riconosciuto come tale proprio perché Brundisium significava qualcosa per chi commerciava quel prodotto. Con il passare del tempo il riferimento geografico poteva attenuarsi e sopravvivere soltanto nella denominazione dell’oggetto o del materiale.
La ricerca futura dovrebbe concentrarsi soprattutto sulla cronologia delle attestazioni. Non basta raccogliere parole che si assomigliano. Occorre stabilire quando compaiono, in quale manoscritto, in quale area geografica, quale forma sia più antica e attraverso quali ambienti culturali il termine si sia spostato. Sarebbe necessario tornare direttamente ai manoscritti studiati da Berthelot, confrontare le diverse lezioni e ricostruire la storia delle formule metallurgiche.
Nicola Vacca occupa una posizione particolarmente interessante in questo percorso. Nel suo articolo Fonditori di bronzo in Brindisi non si limita a ricordare la presenza di fonditori, mette nello stesso quadro il documento medievale del 1239, gli scutorum artifices, gli specchi ricordati da Plinio e lo studio di Berthelot sull’origine della parola bronzo. Il contributo fu pubblicato nell’Archivio Storico Pugliese, anno VIII, 1955, alle pagine 205-210, immediatamente seguito nello stesso volume dallo studio di Giovanni Alessio Sul nome di Brindisi, alle pagine 211-238. Una vicinanza che mostra quanto il problema del nome e quello della tradizione storica della città fossero vivi nella ricerca pugliese del Novecento.
Il quadro che possiamo osservare oggi è più ampio di quello che avevo davanti nel 2012. Alle differenti forme del nome raccolte attraverso Della Monaca possiamo affiancare la tradizione del cervo, la storia produttiva della città, gli specchi, la documentazione medievale sulle officine, Berthelot, la discussione filologica successiva, Nicola Vacca e le grandi opere enciclopediche. Possiamo inoltre confrontare questa linea con l’ipotesi orientale e con la storia generale della terminologia metallurgica medievale.
Nessuno di questi elementi, preso isolatamente, dimostra tutto. Il loro interesse nasce dalla convergenza di testimonianze appartenenti a epoche e discipline differenti.
Brindisi appare allora diversa dall’immagine di una città esistita soltanto come luogo di transito. È certamente la città dell’Appia, del porto, delle partenze per l’Oriente, delle legioni, dei mercanti, dei pellegrini e più tardi dei crociati. Una città portuale di tale importanza doveva però anche produrre, riparare, trasformare e costruire.
La metallurgia restituisce questa Brindisi meno visibile, fatta di officine, artigiani e conoscenze tecniche. Il documento del 1239, con la sua magna ruga scutariorum, permette quasi di entrare nella città medievale e di immaginare il rumore delle lavorazioni e il calore delle officine. Gli specchi ricordati da Plinio ci riportano molto più indietro e testimoniano una reputazione metallurgica antica. Fra questi due estremi esiste un intervallo enorme che non possiamo riempire artificialmente, anche se la presenza del metallo in epoche differenti rende legittimo interrogarsi sulla continuità delle conoscenze, dei commerci e dei mestieri sviluppati intorno al porto.
Rimane ancora una possibilità più remota. Dietro Brundusium, Brundisium, Brentesion, Brentisium, Brendesium e Bentision potrebbe sopravvivere una radice appartenente alla lingua dei Messapi o al più ampio mondo adriatico preromano della quale abbiamo perduto il significato.
La lingua messapica ci è nota attraverso un corpus limitato e la sua interpretazione presenta difficoltà che impediscono facili conclusioni. Una ricerca seria dovrebbe partire dalle attestazioni più antiche e confrontare epigrafia, onomastica, toponomastica e lingue delle due sponde dell’Adriatico, senza costruire a posteriori una radice soltanto perché utile a confermare una teoria.
Alcuni elementi possono comunque essere considerati documentati. Esiste una tradizione antica che collega il nome della città al cervo e alla forma del porto. Esistono testimonianze di attività metallurgiche brindisine in epoche differenti. Nicola Vacca collegò la lavorazione brindisina del bronzo agli specchi ricordati da Plinio e richiamò Berthelot e il problema dell’etimologia di bronzo. L’Enciclopedia Italiana del 1930 registrò la possibile derivazione da brundisium [aes], l’Enciclopedia dell’Arte Antica del 1959 mantenne la possibilità di aes Brundisium e ancora nell’edizione 2024 del Dictionnaire de l’Académie française l’italiano bronzo viene avvicinato al latino medievale brundisium.
Non è invece dimostrato il percorso completo che collega tutte queste testimonianze. Non sappiamo con certezza se la parola moderna bronzo discenda effettivamente dal nome della città e non possediamo una prova che consenta di attribuire alla radice originaria di Brundusium un significato metallurgico.
Potrebbe risultare che la spiegazione più prudente sia anche quella capace di conciliare maggiormente i dati. Brindisi potrebbe avere ricevuto il proprio nome da una parola messapica collegata al cervo e, molti secoli più tardi, avere prestato quello stesso nome a una lega o a un prodotto metallurgico. Il nome nato dalla geografia del porto sarebbe diventato il nome della città e quello della città sarebbe passato successivamente a un prodotto.
Potrebbe emergere una storia ancora più antica, attraverso una migliore conoscenza del messapico e delle lingue dell’Adriatico. Potrebbe anche risultare che bronzo provenga da una radice orientale senza alcuna derivazione effettiva da Brundisium. Anche quest’ultimo risultato non cancellerebbe gli specchi di Brindisi, le officine medievali, Berthelot, Vacca o la storia della teoria etimologica. Dimostrerebbe semplicemente che elementi apparentemente convergenti appartenevano a percorsi differenti.
La persistenza con cui Brundisium compare nella storia linguistica del bronzo rimane comunque significativa. La città compare nella tradizione metallurgica antica attraverso gli specchi, ritorna nei testi studiati dagli storici della chimica, riemerge nella filologia ottocentesca, viene ripresa dalla storiografia brindisina ed entra nelle grandi opere lessicografiche del Novecento, arrivando sino alla lessicografia accademica contemporanea.
Non è ancora una dimostrazione, è sufficiente per impedire che la questione venga liquidata come una semplice fantasia.
Il compito è rimettere insieme questi frammenti senza forzarli, lasciando che la storia del nome e quella della metallurgia procedano una accanto all’altra finché siano le fonti a mostrarci dove realmente si incontrano.
Se la parola bronzo conservasse realmente il nome di Brundisium, questo non attribuirebbe alla città l’invenzione della lega. Direbbe qualcosa di diverso e forse ancora più interessante: un prodotto o una lavorazione associata a Brindisi avrebbero raggiunto una reputazione tale da trasformare un nome geografico in una parola tecnica, capace di sopravvivere alla città romana, ai cambiamenti politici, alle trasformazioni linguistiche e al trascorrere dei secoli.
La testa del cervo potrebbe aver dato un nome alla città e la città, molto tempo dopo, potrebbe avere restituito quel nome al metallo. Le due possibilità non hanno bisogno di essere messe una contro l’altra. La prima appartiene alla ricerca dell’origine antica del toponimo, la seconda alla possibile storia medievale e moderna della parola bronzo.
Anche il rapporto con brindisi e brindare potrebbe appartenere a una fase successiva della stessa lunga storia, quando il nome antico della città veniva ormai reinterpretato attraverso altre lingue, consuetudini e tradizioni. La possibile memoria delle celebrazioni legate alle partenze verso l’Oriente e ai ritorni dalle campagne militari merita quindi di essere studiata senza confonderla con l’origine preromana del toponimo.
Tornando oggi al mio libro, la frase con cui aprivo quella ricerca conserva il suo significato. Il nome di Brindisi era per me una controversa vicenda, un quasi incomprensibile dilemma e proprio per questo diventava stimolo delle mie ricerche alternative.
Quasi quattordici anni dopo non considero quel dilemma risolto. Considero però molto più chiaro il territorio nel quale cercare la risposta.
Dobbiamo cercarla nelle fonti antiche e nella lingua messapica, nella storia del porto e delle sue officine, negli specchi metallici ricordati dalle fonti, nei documenti medievali, nei testi alchemici, nella filologia ottocentesca e nelle trasformazioni attraverso le quali le parole attraversano lingue e secoli.
Alla fine potremmo scoprire che Brundisium e bronzo si sono soltanto incontrati lungo la storia senza condividere la stessa origine. Potremmo invece scoprire che il nome della città è realmente sopravvissuto nella denominazione di un metallo. Potremmo anche comprendere meglio come il nome Brindisi sia stato reinterpretato sino a incontrare il brindisi e il brindare.
Nel mio libro avevo lasciato aperta la questione e oggi non intendo chiuderla artificialmente. Forse Brindisi non deve il proprio nome al bronzo. Potrebbe essere il bronzo, molti secoli dopo, ad avere preso qualcosa del proprio nome da Brindisi.
Se un giorno questa ipotesi dovesse essere dimostrata attraverso una catena documentaria completa, ogni volta che pronunciamo la parola bronzo pronunceremmo, senza saperlo, qualcosa che ha attraversato quasi duemila anni di storia e che potrebbe conservare ancora, trasformato dal tempo e dalle lingue, il suono dell’antica Brundisium.
Se la ricerca dimostrerà un’origine differente, avremo comunque compreso molto di più della città, delle sue attività e delle ragioni per cui studiosi appartenenti a epoche differenti arrivarono a collegare il suo nome alla storia di quel metallo.
In entrambi i casi il “dilemma” avrà svolto la funzione che gli attribuivo allora, costringerci ancora a cercare.
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Fonti e riferimenti
Andrea Della Monaca, Memoria Historica dell’Antichissima e Fedelissima città di Brindisi, 1674.
Stefano Erario, Brundusium. Storia e… Misteri Segreti e Maledizioni dell’Antichissima città di Brindisi, 2012-2013.
Strabone, Geografia, libro VI.
Plinio il Vecchio, Naturalis Historia.
Tito Livio, Ab Urbe Condita.
Claudio Tolomeo, Geographia.
Stefano di Bisanzio, Ethnika.
Ennio, frammenti relativi a Brundisium e alla tradizione di Brunda Caput Cervi.
Annibale De Leo, Dell’antichissima città di Brindisi e suo celebre porto, Napoli, Stamperia Filomatica, 1846.
Nicola Vacca, Brindisi ignorata. Saggio di topografia storica, Trani, Vecchi, 1954.
Nicola Vacca, Fonditori di bronzo in Brindisi, Archivio Storico Pugliese, anno VIII, 1955, pp. 205-210.
Giovanni Alessio, Sul nome di Brindisi, Archivio Storico Pugliese, anno VIII, 1955, pp. 211-238.
Marcelin Berthelot, Sur le nom du bronze chez les alchimistes grecs, Revue Archéologique, III serie, vol. XII, Parigi, 1888, pp. 294-298.
Marcelin Berthelot, Collection des anciens alchimistes grecs, Parigi, 1887-1888.
Otto Schrader, Sprachvergleichung und Urgeschichte.
Enciclopedia Italiana, voce Bronzo, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1930.
Enciclopedia dell’Arte Antica, Classica e Orientale, voce Bronzo, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1959.
Vocabolario Treccani, voce bronzo.
Dictionnaire de l’Académie française, IX edizione, voce bronze.
Pietro Romanelli, Trozzella, Enciclopedia Italiana, 1937.
Constitutiones Regni Siciliae di Federico II, 1231.
Documento del 1239 relativo alla magna ruga scutariorum in vicinio ecclesie Sancti Iuliani di Brindisi.












































