Nel giorno in cui si celebra la Giornata Mondiale del Malato, vorrei offrire la mia personale riflessione. Il rischio è quello di rendere la giornata di oggi edulcorata mentre invece è drammatica. La malattia, condizione spesso inevitabile nella vita dell’uomo, resta un mistero, così come la sofferenza che ne deriva e la morte come condizione ultima. Chi si ritrova a dover affrontare una situazione di fragilità causata dalla malattia (con la speranza di poterla superare…), vive la “notte dello spirito”, vive l’umiliazione nel corpo, l’assoggettamento all’aiuto di altri. Per sua natura l’essere umano allontana da sé anche solo il pensiero di essere vulnerabile alla fragilità, ci illudiamo di essere onnipotenti e immortali e forse anche per questo, quando la malattia ci violenta, viene bestemmiata e raramente benedetta.In questa libera e certamente difficilissima scelta di approccio, si pone la mediazione di chi si accosta all’assistenza del malato. Bisogna ricordarci che nessuno vorrebbe essere malato!
C’è chi si dona completamente, con testa e cuore a farsi “prossimo” e che ci invece si approccia in maniera cinica e totalmente distaccata. Trovare un equilibrio tra questi due estremi non è certamente facile. Resta il fatto che al centro di ogni azione di “cura” resta il malato, ne va rispettata con discrezione la storia e il dolore. Questo tempo di pandemia ha evidenziato con forza questo sia urgente “ri-umanizzare” le cure senza accontentarsi di un approccio palliativo. Non ci si può approcciare alle “ferite” degli altri senza sporcarsi le mani in qualche modo. Quante volte si assiste, anche in ambito sanitario, a un approccio freddo e oso dire infastidito verso gli ammalati. Un atroce paradosso per chi questo lavoro lo ha scelto, si crede, non perché non potesse fare altre scelte, ma perché consapevolmente abbracciato come missione. E oggi, mi sento di denunciare con assoluta onestà che troppe volte si assiste a un vergognoso squilibrio di assistenza verso chi è “raccomandato” e chi no. Atteggiamento che dovrebbe farci rabbrividire e dovrebbe far vergognare (se ancora – oltre lo smarrimento del buon senso -non ha smarrito anche l’ultima briciola di coscienza) chi riesce ad attuare distinzioni anche verso i malati. Così come è profondamente sbagliato il cercare – anche per le cure che lo Stato garantisce incondizionatamente e indistintamente a tutti – scorciatoie per avere un occhio di riguardo… la disperazione spesso può far vedere come “salvatori”dei semplici teatranti che lucrano sulla sofferenza altrui. La Giornata di oggi, ci sbatte in facciaprepotentemente non solo le carenze di un sistema sanitario da migliorare, ma soprattutto ci scuote dal torpore e dalla rassegnazione delle ingiustizie; fosse solo perché un giorno, forse, potremmo essere noi malati. Oltre il funzionamento delle Strutture dobbiamo pretendere equità sanitaria! Non possiamo accettare passivamente l’idolatria di chi usa la malattia (degli altri) per apparire ipocritamente “buono”. Nella vita di San Filippo Neri è narrato questo episodio: “C’era ai suoi tempi una suora che godeva di grande notorietà poiché si diceva avesse estasi e rivelazioni. Un giorno il Papa mandò proprio “Pippo bono” a verificare la santità della suora che si trovava in un convento nei pressi di Roma. Mentre Filippo era in cammino un violento temporale trasformò in fango la strada così che il santo arrivò a destinazione conciato male e con le scarpe tutte lorde. Quando giunse al suo cospetto la suora, a mani giunte e un’espressione ieratica, Filippo si sedette e, stese le gambe, disse: “Per grazia sorella toglietemi le scarpe!”. Indignata per il trattamento, la suora restò ferma e lo guardò dicendogli: “Io sono serva di Dio non degli uomini”. Il santo allora non aggiunse altro: riprese il mantello e tornò a Roma a riferire al Papa che, secondo lui, una persona che non ha l’umiltà di mettersi al servizio di chi ha bisogno, non può essere una santa…“. Questa storia tanto eloquente e attuale (per chi vuole comprenderla…) ridice quello che ho scritto sopra. Solo l’autentico e disinteressato servizio al malato lo rende riconosciuto e perché no apprezzato. Quanto inutile potere è stato dato ai burocrati della salute che agiscono in nome del malato senza conoscerlo, senza “amarlo”, usandolo per apparire “santi” o luminari. È grave lucrare sulle speranze di chi lotta, gravissimo è usare le sofferenze altrui per accrescere la propria immagine. Immagine che viene scalfita spudoratamente quando la si riconosce come maschera! Chi può salire sulla cattedra della sofferenza e riuscire a pontificare impunemente senza averne i titoli? Chi può veramente “sentire” il dramma che causa la malattia? Lungi da me farlo con questo mio scritto… Fabrizio De André bene canta: “…e per tutti il dolore degli altri è un dolore a metà…“, se è così atrocemente vera questa affermazione deve essere altrettanto vero l’impegno di chi assiste ogni forma di malattia, attraverso le preziose competenze mediche e infermieristiche, attraverso le varie forme di assistenza. Uno degli approcci più intenso e autentico lo ritrovo in un brano di Roberto Vecchioni “Ho conosciuto il dolore” che invito ad ascoltarehttps://www.youtube.com/watch?v=luZ00bMj2Z4. L’autoreimmaginando un dialogo con il dolore, quasi come fosse una persona, cerca e trova la forza per lottare, per affrontarlo e per riconquistare la vita. È un inno alla Speranza, quella virtù che è la più offuscata e la più ricercata nei momenti di sofferenza e di malattia. Perché la malattia, paradossalmente, può essere un’occasione per rivedersi dentro, per rileggere la propria storia, per apprezzare gli attimi e per godere degli affetti più veri. Un esempio così umano e quello della indimenticabile Nadia Toffa, il volto delle Iene, che nei preziosi scritti durante la sua malattia afferma: “Mi sono fermata e intorno a me c’era tutto l’amore di chi mi è stato accanto e lo è tuttora, tutto l’amore del mondo diffuso nell’aria, ovunque. Il cancro è stato un ponte tra me e le emozioni più intense, selvagge, sottili, quelle che ho tenuto sempre a freno, imbrigliate dal desiderio di controllare, dirigere, pianificare. Dalla paura…”. Certamente, per arrivare a questa libertà interiore, ognuno dovrà fare il suo personale percorso e non è scontato arrivare a questa consapevolezza, ma è confortante sapere che è possibile…
Meditare sul significato della Giornata di oggi – ripulita dai lustriniche qualcuno vorrebbe mettergli facendola diventare una festa dell’espiazione – ci pone di fronte alla scelta di capire come il tempo che viviamo, saturo di cattiveria, rabbia, caratterizzato da una disconnessione disumanizzante, debba essere vissuto come opportunità per cambiare e ritornare umani. Tanti e troppi restano i malati che non hanno nemmeno voce per chiedere aiuto, tanti e troppi sono coloro che non ricevono le terapie che solo il cuore può dare. Tanti e troppi vengono ignorati e lasciati soli nel loro dolore.Il tempo della Pandemia che abbiamo vissuto, rischia di essere una possibilità mancata di crescita e di miglioramento se non indirizzata verso una svolta decisa e decisiva. L’evidenza dei problemi non deve farci rassegnare, ma deve spronare tutti nell’impegnarsi a rivedere la nostra vita – fragile – e il nostro rapporto con gli ammalati:non sia mai pietista, indifferente o opprimente.Sia, se così si può dire: prossimamente umano, pensato per il benessere totale e completo della persona. Non c’è scuola che ci formi, ma ci può essere la consapevolezza di poter essere strumenti preziosi nel dare coraggio, nel poter essere motivo di speranza e nel dare speranza. Dobbiamo essere quelle mani che tengono altri mani, che asciugano lacrime amare, cha accarezzano cuori stanchi. Saranno mani di medici o di operatori sanitari, mani di amici e parenti, ma non stanchiamoci di offrire queste mani per non vivere l’imperdonabile rimpianto di essere stati indifferenti e freddi, usurpatori di un mistero che nello stesso tempo di appartiene e ci trascende… perché forse quelle mani le cercheremo un giorno anche noi, e come tutti gli ammalati di oggi, le vorremmo trovare calde, forti e coraggiose. Oggi e non solo oggi, vorremmo avere la certezza, troppe volte offuscata da tante nefandezze, da tanta connivenza e da troppe ingiustizie, che il malato sia davvero al e il centro delle cure e mai un peso o una bandiera da usare per i propri meschini fini, cosi come insegna Patch’ Adams magistralmente interpretato da Robin Williams: “Se si cura una malattia, si vince o si perde; ma se si cura una persona, vi garantisco che si vince, si vince sempre, qualunque sia l’esito della terapia”.
Davide Gigliola














































Mio carissimo amico, ti ringrazio di cuore per le tue profonde e toccanti riflessioni. Esse dovrebbero indurre alla conversione in particolare quanti, ancora oggi., invece di chinarsi sull’ammalato e portargli conforto, ne incoraggiano il “suicidio assistito” e dissacrano il valore della vita. Un caro saluto. Dio ti benedica.
Riflessioni belle e profonde come sempre. Grazie per averle volute trasmettere. Grazie per la ricchezza dei riferimenti toccanti e tanto eloquenti. Grazie per tanta verità, troppo spesso coperta da una coltre di aquiescenza ….