Venticinque giorni. Tanto è passato dalla richiesta di un presidio salvavita, un concentratore di ossigeno, senza che la fornitura sia stata ancora completata. Un tempo che, per chi vive una condizione di fragilità respiratoria, non è una semplice attesa amministrativa, ma un periodo carico di ansia, rischi e responsabilità che ricadono interamente sulle famiglie.
La procedura è stata seguita correttamente: prescrizione dello specialista, autorizzazione del dirigente medico, richiesta inoltrata secondo i canali previsti. Poi, però, qualcosa si è inceppato. Un anello della catena si è rotto e la pratica si è impantanata nei meccanismi della burocrazia, lasciando una famiglia senza una risposta concreta.
Un concentratore di ossigeno è un dispositivo che produce ossigeno dall’aria ambiente attraverso un processo di separazione dei gas. Non è un comfort, non è un accessorio, ma uno strumento fondamentale per garantire continuità terapeutica e sicurezza, soprattutto negli spostamenti verso strutture sanitarie.
La domanda che spesso viene posta è: non si può utilizzare una comune bombola di ossigeno? In teoria sì, ma nella pratica le bombole portatili hanno un’autonomia limitata a poche ore e, inoltre, non sono umidificate. Questo significa esporsi al rischio concreto di restare senza ossigeno durante un trasferimento.
E non si tratta di un viaggio per piacere. La destinazione è l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, per un day hospital necessario. Una famiglia è stata costretta ad affrontare il tragitto con il timore costante di un’emergenza, con la consapevolezza che un eventuale imprevisto avrebbe potuto trasformarsi in un pericolo reale.
Questo è quanto accaduto nel distretto di Mesagne. Una situazione che, secondo l’Associazione S.A.D., rappresenta un esempio di inefficienza e superficialità nella gestione di pratiche che riguardano persone con disabilità e bisogni sanitari complessi.
Troppo spesso chi si occupa quotidianamente di familiari fragili sceglie il silenzio, per evitare conflitti o per rassegnazione. Si ingoiano bocconi amari, si attende con pazienza, si spera in un miglioramento che puntualmente non arriva. Ma quando l’oggetto dell’attesa è un presidio salvavita, il tempo non è una variabile neutra.
L’Associazione S.A.D., attraverso il presidente Massimo D’Apolito, denuncia una situazione che non può essere archiviata come un semplice ritardo amministrativo. Perché quando si parla di diritto alla salute, venticinque giorni possono fare la differenza tra sicurezza e rischio.
E la domanda finale resta sospesa: quanto vale, oggi, il diritto di respirare senza ostacoli burocratici?












































