Uto Ughi e quel violino che ha stregato Brindisi 

La musica abbatte ogni frontiera temporale e umana, alla costante ricerca dell’infinito. Una sfida impari, quella tra l’uomo e l’infinito, eppure sublime, come il violino di Uto Ughi che, lo scorso 16 ottobre, ha incantato il pubblico del “Nuovo Teatro Verdi” di Brindisi. Emozioni pure e fortissime hanno preso forma sullo spartito dell’anima, sussurrate da uno dei più grandi violinisti viventi, simbolo dell’Italia nel mondo, di cui dovremmo andare orgogliosi. “Il trillo del diavolo”, titolo del concerto, si riferisce alla Sonata per violino in Sol minore di Tartini, inclusa nel programma originario del concerto, in seguito modificato. La versione più spesso eseguita della Sonata fu trascritta da un prodigio del violino, Fritz Kleisler (1875-1962), autore del celeberrimo “Preludio e Allegro” che Ughi ha eseguito in apertura. Un’ampia sperimentazione linguistica attraversa l’intera composizione, ispirata, in parte, allo stile di Gaetano Pugnani e, per molti anni, ritenuta opera dello stesso. Sarà Kleisler a rivelare, nel 1935, la vera paternità del Preludio e Allegro. Rivelazione che nulla toglie al fascino di questa breve e intensa musica, dove prevalgono elementi tipici del barocco come la progressione. Mentre le dita di Uto Ughi, estroso ed esuberante, volavano sul manico del violino, con falcate di notevole espressività unite a un’ormai evidente maturità artistica che impreziosisce l’esecuzione, sembrava di immergersi nelle linee tortuose ed eccentriche del barocco brindisino. Dagli altari finemente lavorati della chiesa di San Paolo Eremita, alle tele e ai ceselli della volta di Santa Teresa: il contrasto tra le forme e l’anima che esse racchiudono, emblema di un periodo artistico, il barocco, incredibilmente prolifico in tutte le sue declinazioni e a lungo bistrattato dalla critica.

Tornando a Kleisler, numerosi erano gli artisti in quel periodo che realizzavano dei “falsi d’autore”. Un divertissement intellettuale, una prova di talento, riuscire a imitare lo stile di un compositore scomparso: in un certo senso, voleva dire superarlo. Si pensi al “Cupido dormiente” di Michelangelo, scolpito nel 1496 e oggi perduto, che fu spacciato da Baldassarre Del Milanese per un reperto di epoca romana e venduto al cardinale Riario. Si pensi al discusso “Papiro di Artemidoro”, la cui inautenticità è stata dimostrata dal filologo Luciano Canfora, che l’ha attribuito al greco Konstantinos Simonidis. Nel solco di Fritz Kleisler operò anche Vladimir Vavilov, autore di numerose composizioni attribuite a musicisti del passato: è il caso, ad esempio, dell’Ave Maria di Giulio Caccini. Un altro esempio? Il famosissimo “Adagio di Albinoni”, scritto da Remo Giazotto sul finire degli anni ’40 e – pare – ispirato a dei frammenti autografi del veneziano. Ma la musica, in fondo, non ha autore né epoca: è di chiunque riesca a coglierne il valore e la bellezza. Ughi, ormai rapito il pubblico, senza alcuna possibilità di uscire dal sogno, ha proseguito con la Sonata in La maggiore di César Frank, composta tra il 1886-88 e dedicata al violinista belga Eugène Ysaÿe come dono di nozze. Questa musica di Frank avrebbe avuto un destino diverso se, alla prima nel museo d’arte moderna di Bruxelles, Ysaÿe non avesse continuato a suonare al buio, assieme alla pianista Marie-Léontine Bordes-Pène, per non spezzare il legame spirituale tra musica e pubblico e per garantire successo e notorietà alla composizione. Lo stesso legame che Ughi ha saputo instaurare con i presenti, grazie alla sua grande capacità di coinvolgere, di unire nello spirito universale della musica, che parla a tutti incondizionatamente. Fedele alle forme cameristiche e sinfoniche, alla stregua di Johann Brahms, César Frank fu certamente influenzato da Wagner e Liszt, che, ascoltando le sue brillanti esecuzioni all’organo, lo paragonò a Bach. Nella sonata emerge chiaramente il procedimento ciclico: un tema unico, sviluppato e variato nei quattro movimenti. Un vago accenno, in alcuni passaggi, all’impressionismo musicale, che troverà il suo principale interprete in Claude Debussy. Su tutti, colpisce l’attacco dell’Allegro Moderato che introduce l’intera sonata, dolcissimo, quasi onirico. I brindisini, trasportati dalle suggestioni musicali, avranno certo immaginato di trovarsi sulla sommità della scalinata virgiliana all’alba, dove l’antica colonna romana, immobile ed eterna, osserva il golfo e l’isola di Sant’Andrea col castello alfonsino, segnando il confine tra il mare e il cielo, che i colori pastello uniscono in un ideale e commovente abbraccio. Un dialogo limpido ed equilibrato con il pianoforte di Elena Matteucci, apprezzata professionista, allieva di Fausto Di Cesare al “S. Cecilia” di Roma e Vincenzo Vitale a Napoli, che ha accompagnato Uto Ughi per tutto il concerto. Un tocco contenuto e delicato tradisce l’energia sprigionata dalla Matteucci, ben attenta a mettere in risalto tutti i colori delle note senza sopraffare il violino, in perfetta simbiosi musicale ed emotiva, segno, oltretutto, di una sincera stima tra i due. I “Quattro pezzi romantici per violino e pianoforte” op. 75 di Antonín Dvořák – che ben poco condividono dello spirito romantico propriamente detto, ormai in crisi – appaiono come la ricerca di un’armonia attenta alle voci popolari: nelle quattro miniature, il discorso del violino, un Uto Ughi ormai pienamente padrone della scena, sembra evocare un sentimento nostalgico per quel mondo fatto di semplicità, che il progresso ha inevitabilmente cancellato. Ritroviamo la Brindisi dei pescatori, il quartiere “Sciabiche” abbattuto negli anni ’50 per fare posto a degli appartamenti popolari. In quella città, certo povera ma autentica, mancavano il petrolchimico e la centrale “Federico II”, eppure si respirava la speranza vera di chi, ogni giorno, saliva su una barca con la “rete a sciabica” sulle spalle, in cerca di cibo per sé e per la famiglia. Giovanni Verga aveva proprio ragione: il progresso, in lontananza meraviglioso, è fonte di distruzione sociale e ambientale (anche se questo Verga non poteva saperlo). Sembrano passati secoli e, oggi, della Brindisi marinara non ci resta che il ricordo degli anziani e qualche traccia ancora visibile a chi ha voglia di scoprire la propria identità per costruire un futuro più consapevole. Con l’ “Introduction et Rondò capriccioso” in La minore op. 28 di Camille Saint-Saëns si è concluso il programma ufficiale del concerto, organizzato dall’associazione musicale “Nino Rota” all’apice di una lunga e riuscitissima stagione concertistica, ormai giunta alla sua 36esima edizione. Protagonista incontrastato del tardo-romanticismo francese, profondamente ancorato alla tradizione, Saint-Saëns dedicò questa composizione al violinista spagnolo Pablo de Sarasate, tenuto in grande considerazione dai compositori del tempo per le sue eccellenti doti virtuosistiche. Il tema malinconico dell’Introduzione lascia spazio al Rondò, dai toni chiari e brillanti, dove non mancano abbellimenti e riferimenti al folklore iberico, chiaramente mediato dai canoni classico-romantici a cui Saint-Saëns non rinunciò mai, in contrapposizione a Dukas e allo stesso Debussy. Una targa, consegnata al maestro Ughi dal sindaco di Brindisi Riccardo Rossi, ha ricordato la straordinaria portata dell’evento che, per la prima volta dopo moltissimo tempo, ha visto l’auditorium salentino riempirsi di sguardi e di calorosi e lunghissimi applausi. Dobbiamo senz’altro il successo della manifestazione alle direttrici artistiche dell’Associazione, Silvana Libardo e Francesca Salvemini, che operano sul territorio con l’obiettivo di rafforzare la tradizione musicale a Brindisi, che vanta uno dei contenitori culturali più grandi d’Italia. La presenza di alcune classi delle scuole secondarie di primo grado del capoluogo pare abbia ispirato la scelta del primo dei due bis a margine del concerto: la scherzosa “Ronda degli gnomi” op. 25 per violino e pianoforte di Antonio Bazzini. Un brano estremamente complesso che si rifà al virtuosismo paganiniano, con cui Ughi ha mostrato la totale e spettacolare padronanza dello strumento che lo ha contraddistinto fin dalle prime esecuzioni pubbliche. Una nota critica, riservata dal musicista alle istituzioni nazionali: la scarsa educazione musicale nelle scuole. In accordo col pensiero di Riccardo Muti e di molti altri colleghi, la musica dovrebbe davvero entrare nei programmi scolastici di ogni ordine e grado, perché è una bussola speciale che consente di orientarsi in ogni scelta di vita. Ci piace pensare che la vita assomigli a ciò che i salentini chiamano “lu rusciu te lu mare” (titolo anche di una famosa pizzica): la risacca del mare, il canto della vita che non si ferma mai, è nei momenti felici e nelle sconfitte del quotidiano e ci motiva a proseguire il nostro “concerto” fino all’ultima nota. Perché, solo alla doppia stanghetta finale, ciò che abbiamo suonato assume un significato e si può riprendere a suonare ad infinitum. Il meraviglioso omaggio di Uto Ughi è un invito per i brindisini a credere maggiormente nelle potenzialità di una città, Brindisi, dalla storia straordinaria, che non smette di affascinare per i suoi scorci poetici, i resti del suo importante passato, l’arte custodita nelle chiese, nei palazzi, nei musei. Prima di tutto, il calore della sua gente, che merita un cambiamento vero, e quel mare Adriatico che la lambisce da oltre due millenni, simbolo della sua libertà e specchio della sua bellezza.

Sebastiano Coletta

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