“Un delitto” di Georges Bernanos

«Hanno il gusto di far del male»: di questo è certa una delle voci che affollano la scena intorno al misterioso crimine consumato nella dimenticata campagna di Mégère. Al centro di Un delitto di Georges Bernanos (elliot edizioni) vi è infatti un duplice omicidio a scuotere i giorni di una piccola comunità montana, scanditi dalla monotonia, dallo sferzare del vento gelido e dalla reciproca diffidenza. Nel borgo alpino, a poche ore dall’arrivo del giovane prete chiamato a succedere al curato defunto, l’anziana abitante del castello viene ritrovata assassinata nella sua camera, mentre nel bosco intorno alla proprietà si rinviene il corpo ormai agonizzante di un giovane sconosciuto. I due delitti appaiono senza dubbio collegati, ma come?

Le voci e i saperi che si affannano nella ricerca del colpevole seguono strade molteplici per rispondere agli interrogativi che il caso solleva. L’indagine si spiega con lentezza e la narrazione definisce, in tal modo, la sua principale funzione: indugiare sulla complessità psicologica degli animi, scavare nelle dimensioni multiple dei tipi umani, coglierne le pose, ricercare sofferenze («Si direbbe che lei abbia vissuto a lungo». «Ho sofferto a lungo, il che è indubbiamente la stessa cosa») e suggerire gli alibi del vivere («Signore, (…), lei crede in Dio?». «Certamente!» esclamò il piccolo giudice. «Gli uomini mi disgustano troppo. Il mondo ha bisogno di un alibi»). Al ritmo serrato di dialoghi sofisticati per eleganza formale e densità, la soluzione del caso arriva estrema, veloce, contorta – simbolo di tensione massima tra purezza e degradazione, dramma individuale e collettiva ipocrisia, ancora una volta scontro tra essere e apparire.

Diana A. Politano

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