“Tra loro” di Richard Ford

Quale forma può assumere un memoriale dedicato ai propri genitori? Richard Ford ce ne fornisce un esempio intimo e toccante con il suo Tra loro (Feltrinelli), in cui accosta due testi, l’uno per il padre – scritto a cinquant’anni dalla sua morte, avvenuta nel 1960 – e l’altro per la madre, composto nell’immediatezza della sua scomparsa, ventuno anni dopo il marito. Due composizioni che si rincorrono, pur se separate da trent’anni di vita, nella tenace ricerca di esaudire il desiderio di immaginarli vicini e, ancor più, di restituire loro attualità.

Con una narrazione che non vuole travalicare i limiti del dato fattuale, Ford ci conduce per le stanze della sua infanzia, nella casa col sicomoro dove era con la madre Edna Akin, lì dove la vita pareva sospesa tra gli arrivi e le puntuali (ri)partenze del padre Parker, alla fine del weekend, quando tornava alla guida della sua Ford a due porte per raggiungere gli angoli più remoti dell’America rurale del sud e vendere, in qualità di stimatissimo rappresentante della Faultless Company, amido per il bucato. Un amore grande, quello tra i suoi genitori, nato quando erano giovanissimi e urgente era il bisogno di lasciarsi alle spalle una prima parte della vita segnata dalle loro difficili famiglie; un amore che realizzava l’agognata possibilità di riguadagnare terreno dopo essere partiti svantaggiati e che aveva il sapore frizzante di un drink. E dopo quindici anni di matrimonio l’arrivo, desiderato ma ormai insperato, di un figlio: quel Richard Ford che si godrà il privilegio della sua posizione di terzietà rispetto al nucleo costituito dai genitori, che si sentirà amato ma non potrà fare a meno di congetturare su tutto il tempo che è trascorso prima del suo arrivo, «la lunga vita dei genitori nella quale non hai avuto parte alcuna». Ed è un congetturare che non può che scontrarsi con le assenze, che di fatto circondano e si insinuano in ogni cosa, ma «questa, semplicemente, è la vita: un’altra duratura verità di cui dobbiamo prendere atto». Ecco, dunque, che il memoriale acquisisce un nuovo senso: non solo raccolta di memorie sulla vita e le opere, ma forse anche lo scritto con cui si chiede una grazia, quella di lasciar traccia di «qualità che altrimenti sarebbero rimaste invisibili», di un tempo andato che sembra essere sempre manchevole delle parole e dei gesti giusti, «di quel grande, quasi insondabile amore», altrimenti svanito. E questa, sì, «sarebbe stata una perdita veramente dolorosa».

Diana A. Politano

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