Ritorna ad essere festa nazionale il 4 Ottobre, giorno di San Francesco. Potrebbe certamente essere una bella notizia se non ci fosse il forte rischio di rendere questa decisione prettamente politica e una mera scelta ideologica.
Va premesso che bisogna conoscere bene la figura del Santo di Assisi perché purtroppo nel tempo la si è edulcorata, svilendola quasi del potente e impegnativo esempio e messaggio che Francesco ha consegnato all’intera umanità. Un messaggio che non può essere compreso se non unicamente alla luce di Colui che ha imitato fino a diventarne un altro (alter Cristus). Le “fonti francescane” raccontano dettagliatamente la vita e le opere di Francesco, sottolineando la radicalità che questo giovane uomo ha abbracciato dopo un percorso di scoperta di sé e soprattutto dell’Assoluto. Raccontare Francesco quasi come fosse una fiaba lo ha annichilito. Proprio la trasformazione e alterazione della Verità ha permesso di ritagliare un comodo santino, mentre la vera testimonianza di Francesco è “il dramma di Dio” – parafrasando un’affermazione di padre Davide Maria Turoldo. Un dramma che il giovane Francesco ha attraversato non senza difficoltà, per poter assimilare totalmente e perfettamente il Vangelo e per poter trasformare la sua stessa esistenza in Teofania, tanto conforme a Cristo da riceverne il sigillo delle Stimmate, a suggellare il percorso interiormente di questa profonda assimilazione.
Per questo e per molto altro non si può, con faciloneria, ingabbiare Francesco con il rinnovato lustrino di italiano modello. Ci sarebbe da chiedersi seriamente quanto i cristiani italiani abbiamo imitato il loro Patrono, se nei fatti e nelle scelte spesso si contraddicono. Vivere un culto di facciata che non lascia un solco reale nella vita sociale del Paese è la cartina al tornasole del fallimento di questa “devozione”. Il voler rendere festivo il giorno di San Francesco porterà questa Nazione a una reale unità? L’Italia infatti fin dalla sua unificazione non solo non ha trovato una sua reale identità, ma appare sempre più divisa e divisiva. Dunque come celebrare, senza apparire per lo meno ipocriti, il Santo che ha fatto del dialogo e dell’accoglienza una delle sue virtù più espressive? Perché fregiarsi di possedere questo gigante di Dio, che ha cantato la bellezza del Creato, che l’ha rispettata e custodita, in un Paese dove i reati ambientali, le politiche industriali e agricole non tengono conto dell’urgenza irrimandabile dei cambiamenti climatici? Come “sponsorizzare” in pompa magna il “poverello d’Assisi” quando si assecondando – in forma tacita e no – forme di emarginazione e di autentica cattiveria nei confronti del “diverso” o degli immigrati? Lui che avendo gustato la consolante bellezza del perdono di Dio. lo ha implorato per l’intera umanità.
Allora non si può gioire se San Francesco rischia pericolosamente di essere trasformato in quello che non è stato e non ha testimoniato. Sarebbe invece gioia vera e piena se la restaurazione di questa festività ridestasse virtù dimenticate o assopite e atteggiamenti completamente diversi, soprattutto in tutti coloro che in questo Paese si dichiarano cristiani. Perché sinceramente – lo possono però solo distinguere coloro che hanno e usano unicamente il Vangelo come termine di paragone per una visione critica del circostante – gli atteggiamenti spesso contraddicono le parole. Sarebbe bello che l’argomentare intorno alla figura di San Francesco potesse aprire un onesto dibattito etico sull’adesione reale al cristianesimo, incarnato nella realtà.
Bisogna ricordare che l’Italia non è una teocrazia e se qualcuno ha istericamente esultato per la scelta del Parlamento, definendo inutili alcune altre festività repubblicane, continua a confondere ruoli e competenze ed invoca l’impossibile. Una Chiesa vassalla dello Stato è sminuita della sua necessaria libertà, ma anche e soprattutto della sua missione profetica così come uno Stato che pur di accaparrarsi i voti dei cattolici è disposto a sacrificare riforme e decisioni improcrastinabili. Aberrante è poi assistere ai tristi siparietti di alcuni personaggi politici (come dimenticare la corona del Rosario sventolata durante i comizi?) che svergognatamente usano il Sacro per cercare consensi in scontenti personaggi irrisolti e nel popolino cristiano – principalmente reo di non essere formato e guidato seriamente da chi invece dovrebbe impegnarsi per farlo…
Se il fascismo del secolo scorso – con la diabolica furbizia del Duce (sfido chiunque a definire un buon cristiano Mussolini…) – usò impunemente la figura di San Francesco con la vergognosa benedizione di una parte della Chiesa compiacente, lo fede per pura propaganda, per addomesticare i cristiani, per avere consensi e seminare il nefasto ed errato seme dell’italianità; oggi a distanza di 100 anni non si può e non si deve accettare una simile strumentalizzazione di un uomo, un Santo che è di tutti! Di tutti i cristiani e di tutti gli uomini di buona volontà che possono solo imparare ad essere autentici discepoli e imitatori di Cristo, proprio come è riuscito ad essere Francesco D’Assisi. L’errore di allora – volutamente non riconosciuto – fu quello di proporre Francesco per quello che non fu. Infatti, convertendosi, aberrò la guerra e la tanto declamata “mascolinità” italica sicuramente non gli apparteneva, visto che scelse la gentilezza e la delicatezza come virtù. Il compromesso e le mezze misure non gli appartenevano avendo abbracciato una vita di radicalità totale. Alla innaturale tentazione della superiorità (anche della razza…) plasmò e divenne minore, infinitamente piccolo. Cosi come non lo si può circoscrivere nel piccolo recinto dei confini nazionali, lui che viaggiò e inviò i suoi frati per il mondo annunciando la gioia delle fede autentica. Francesco è nato in Italia, ma nella fede è diventato universale ed eternamente attuale è il suo messaggio nonostante 800 anni dalla sua morte.
Coraggiosamente il Papa Pio XI nell’enciclica Rite Expiatis diffidò i fascisti dall’uso del Poverello quale “vessillo” di uno “smoderato amore verso la propria nazione”. Così scriveva: “…nonostante il lungo tempo trascorso dalla morte del Serafico, si accende di nuovo ardore l’ammirazione, non solo dei cattolici, ma degli stessi acattolici, se non perché la sua grandezza rifulge alle menti di non minore splendore oggi che nel passato, e perché s’implora con ardente brama la forza della sua virtù, tuttora così efficace a rimediare ai mali della società? Infatti, l’opera sua riformatrice tanto profondamente penetrò nel popolo cristiano che, oltre a ristabilire la purità della fede e dei costumi, fece sì che i dettami della giustizia e della carità evangelica informassero più intimamente e regolassero la stessa vita sociale…”.
A giochi fatti, prendiamo il positivo di questa scelta con la consapevolezza che non è una mera questione di orgoglio nazionale, ma è aderire a una scelta impegnativa e compromettente nello scegliere la compassione, la povertà, la libertà, la carità. Questo e solo questo ci renderà migliori come popolo e come comunità e forse, il nuovo giorno segnato in rosso sul calendario, lascerà il segno e ci ricorderà perlomeno cosa possiamo diventare: non solo italiani, non solo “francescani”, ma umani. Perché per chi crede, il santo è proprio colui che ha reso piena la sua umanità in quanto è impressa dell’impronta di Dio e l’ha donata agli altri; per chi non crede è una testimonianza coerente di chi andando “contro corrente” diventa capace di cambiare le cose.
Davide Gigliola
Foto: San Francesco – Cimabue
Basilica Inferiore di Assisi
Fonte www.sanfrancescoassisi.org












































