RICORDIAMO I GRANDI, COMPRESI I NOSTRI – di Gabriele D’Amelj Melodia

Gabriele D’Amelj Melodia

Il 12 settembre del 1981 era un sabato, proprio come oggi. In quel giorno si spense a Milano, all’età di ottantacinque anni (in verità li avrebbe compiuti un mese dopo, il 12 ottobre), uno dei più grandi poeti del ‘900: Eugenio Montale. Ho amato, e tuttora amo, questo singolare vate ligure, dal verso scarno e ruvido, “avaro” come un tipico genovese, sorretto da un pensiero esistenziale incline al pessimismo ragionato, all’esplorazione del “male di vivere”. La sua opera è stata una lunga, costante, rivoluzionaria opposizione al decadentismo dannunziano e alle sue propaggini, una ricerca progressiva di sperimentazione lessicale e fonetica. Sin dagli esordi lavorò alla creazione di una “poetica dell’oggetto” e alla scarnificazione della parola per renderla essenziale come un “osso di seppia” e solo in tarda età, con “Xenia” (sezione di Satura, 1971), abbandonò l’ermetismo addolcendo temi ed espressioni per amore della sua “Mosca” (l’adorata moglie Drusilla Tanzi) a cui dedicò la maggior parte delle liriche. Ma Eugenio (Eusebio per gli amici), fu anche critico musicale, teatrale, scrittore, traduttore, persino pittore. E poi Senatore a vita dal 1967 e Premio Nobel per la letteratura 1975. Fu anche un ottimo giornalista, e proprio di quest’ultima sua attività  voglio parlarvi. Dopo un incarico triennale in qualità di “collaboratore”, il 31 gennaio del 1948, il direttore pro tempore de “Il Corriere della sera” Guglielmo Emanuel lo nominò “redattore ordinario”, incarico che onorò per trent’anni di fila. I suoi colleghi si chiamavano Cecchi, Pancrazi, Piovene, Buzzati. Si occupava della terza pagina e scriveva elzeviri e note di spettacolo. Sempre con una Giubek tra le labbra carnose, scriveva su di una vecchia Remington battendo un tasto alla volta… Amava il lato impiegatizio di quel lavoro e stava in ufficio quasi tutta la giornata, molto spesso fino alla mezzanotte. Eugenio al Corrierone conobbe certamente un brillante e simpatico giornalista brindisino, Dino Tedesco, chiamato a collaborare al giornale dal direttore Ostellino nel 1973. Per un caso della vita, ho avuto l’onore di conoscere Dino alla fine degli anni ’90, a Brindisi, tramite il mio caro amico Mario Pescara, suo cugino. Ci incontrammo intorno a un tavolo all’aperto del Continental (era d’estate, stagione in cui Dino non mancava mai di tornate nella sua amata città). Mi trovai di fronte a una persona meravigliosa, alla mano, gioviale, empatica. Parlammo di tutto, compreso del suo libro di poesie in vernacolo “Muddiculi”, una chicca che aveva fatto un boom di vendita non solo a Brindisi ma anche a Torino e a Milano (Dino per anni era stato regista e poi addetto stampa presso il Teatro Regio torinese). Ci lasciammo con un forte abbraccio e la promessa di ritrovarci a Milano, città che a quei tempi frequentavo in occasione di eventi culturali rilevanti. Mantenni l’impegno, e in un giorno di fine estate di un paio d’anni dopo, imboccai prima via Brera e poi via Solferino, il medesimo percorso che faceva Montale partendo dalla sua abitazione di via Bigli. Mi fermai al n. 28 davanti a quel maestoso palazzone liberty che per almeno settant’anni era stato feudo dei Crespi. Emozionato, entrai nell’androne e chiesi al portiere del dottor Tedesco. Dopo pochi minuti lo vidi scendere le scale a passo svelto, col sorriso sulle labbra e una copia omaggio del Corriere nella mano sinistra. Dopo i convenevoli, mi venne spontaneo chiedergli di poter dare un’occhiata all’ufficio di Montale. Mi pregò di accomodarmi in sala d’aspetto e risalì ai piani superiori, questa volta in ascensore. Quando ridiscese mi appuntò al bavero una pinzetta con un pass… Ricordo che quella severa procedura di tipo militaresco mi impressionò alquanto. L’ufficio in cui aveva lavorato per tanti anni Montale era al primo piano. Quando Dino bussò e poi aprì la porta, rimasi spiazzato. Si trattava di una stanza rettangolare di circa venticinque metri quadri con una bella finestra, due scrivanie dotate di pc, una cassettiera e un tavolo su cui era appoggiata una fotocopiatrice. Dino anticipò le mie curiosità dicendomi “Eugenio non ha mai avuto “una stanza tutta per sé”, qui a lavorare erano prima in due e poi addirittura in tre”. Il buon Dino continuò ad operare al Corriere fino alla pensione. Non ebbi più modo di vederlo e dopo molto tempo, quando appresi che era asceso al Parnaso dei giornalisti (il 6 febbraio del 2019, all’età di ottantasei anni), mi commossi e mi intristii sinceramente. Dino, sinora, è stato ricordato molto meno di quanto meritasse, mi auguro che l’Amministrazione sia solerte nel preparare per tempo gli atti di un’intitolazione, in modo che già dal febbraio 2029 Brindisi possa onorarlo con una targa all’angolo di una piazza o di una via (un’obsoleta legge del 1927 impone che trascorrano dieci anni dalla morte di un cittadino prima di potergli intitolare una strada). Stesso augurio faccio per un altro poeta e senatore, questa volta locale, deceduto il 2 ottobre del 2018 alla veneranda età di ottantanove anni. Sto parlando di Ennio Masiello, già celebrato in varie occasioni, ma a mio giudizio non come avrebbe meritato. Intanto per un ex senatore della Repubblica, ex Sindaco ed ex difensore civico ci sarebbero stati tutti i presupposti per agire già molti anni  fa avvalendosi della deroga prevista per “particolari benemerenze”, e comunque Ennio sicuramente nel 2028 avrà il riconoscimento di un’intitolazione. Nel frattempo, la distratta Amministrazione civica avrebbe potuto intitolargli almeno l’anonima “Saletta conferenze” di Palazzo Nervegna… Infine c’è un terzo illustre personaggio del tutto ignorato nella memoria storica cittadina. Mi riferisco a Gianni Iaia, prestigioso tenore apprezzato sia in Patria che all’estero il quale, a fine carriera, si dedicò all’insegnamento del canto lirico prima al Bellini di Catania e infine a Roma. Anch’egli era nato, come Dino, “’mberu a San Binidittu”. Gianni si spense ottantasettenne nel 2011 e nessuno si è mai ricordato di lui. In un articolo del 2012 pubblicato su “Agenda Brindisi” proposi di dedicargli il foyer del Teatro Verdi, ma la mia proposta fu snobbata, perché in questa nostra città la tendenza all’oblio è un male radicato. Bene, è ora di cambiare rotta. Ricordiamo pure tutti gli italiani famosi che non ci sono più, ma ricordiamo e onoriamo soprattutto i nostri grandi: rispettiamo i concittadini che hanno dato lustro alla città.

 Sindaco e consiglieri comunali se ci siete battete un colpo.

                                                                                               Gabriele D’Amelj Melodia

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