In Salento il 16 gennaio si aspetta tutto l’anno: la Focara di Novoli si è riconfermata la celebrazione folkloristica per eccellenza, una festa che dura tre giorni e che mette in scena religione, società e spettacolo. L’enorme pila di tralci di vite di quasi 20 metri ha bruciato anche quest’anno in onore di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali e del mondo agricolo. Un rito religioso che affonda le radici nel lavoro dei campi, nella natura e nella richiesta di protezione, perchè vengono bruciati tutti resti del ciclo agricolo appena concluso e che apre le porte ad una stagione di speranza. La vite viene bruciata nella Fòcara di Novoli non per una scelta casuale o puramente pratica, ma perché racchiude un significato simbolico profondo che affonda le radici nella cultura contadina e nel culto religioso di Sant’Antonio Abate. I tralci di vite sono ciò che resta dopo la potatura invernale: parti della pianta che hanno già dato frutto e che, per poter permettere una nuova produzione, devono essere tagliate. Bruciarli significa dunque chiudere un ciclo e prepararne un altro, accettando l’idea che la vita agricola sia fondata su un equilibrio continuo tra perdita e rinascita. Il fuoco trasforma ciò che è secco e apparentemente inutile in luce e calore, restituendo alla comunità un’energia simbolica che diventa augurio di fertilità e abbondanza.
Nel mondo rurale, Sant’Antonio Abate assume un ruolo centrale perché viene percepito come vicino alla vita quotidiana dei contadini. È il santo degli animali, delle stalle, dei raccolti, della salute fisica e della sopravvivenza materiale. Il suo culto si diffonde soprattutto nel Medioevo, quando le comunità agricole cercano nella religione una forma di protezione contro carestie, malattie e incendi. Il fuoco, che può distruggere i campi e le case, diventa così il contrario di quello che ci si aspetta, non più metafora di distruzione ma un elemento di rinascita da ritualizzare.
Quest’anno, fra i vari spettacoli di musica e di accensione della pila, nel secondo giorno di festa, sabato 17 gennaio, sono stati protagonisti dell’evento i Negrita, band storica del rock italiano degli anni Novanta, la cui formazione si consolida nel 1992 con Paolo “Pau” Bruni (voce e chitarra), Enrico “Drigo” Salvi (chitarra), Cesare “Mac” Petricich (chitarra) e altri collaboratori che negli anni cambieranno o si affiancheranno al gruppo. Scrittura attenta ai temi sociali, alla libertà individuale, al disagio e alla ricerca di senso: con oltre trent’anni di carriera alle spalle, i Negrita continuano a essere un punto di riferimento nel panorama musicale italiano, capaci di rinnovarsi pur restando fedeli a un’idea di rock fatto di passione, autenticità, risultando mai banali.
Sul palco, la band ha condotto un live di circa due ore n-stop, suonando i pezzi cult di generazioni intere come “Gioia infinita”, “Il gioco”, “Magnolia”, “Gioia Infinita”, “Radio Conga”, “Che rumore fa la felicità” e, ovviamente non poteva mancare “Rotolando verso Sud”, un pezzo scritto durante un lungo viaggio fatto di tappe in Sud America, passando poi per il Sud Italia.
A fine concerto, la band si è soffermata ad omaggiare la nostra terra fatta di cultura, profumi, cibo ed artisti ai quali sono molto affezionati, menzionando i colleghi Negramaro, Sud Sound System e Après La Classe.
Aurora Lezzi












































