Il Tribunale di Roma ha rigettato integralmente la richiesta di risarcimento avanzata dalla Fondazione San Raffaele nei miei confronti, *riconoscendo che le dichiarazioni* da me rese sulla vicenda controversa del Centro di riabilitazione di Ceglie Messapica *rientravano pienamente nel diritto di critica politica e nell’esercizio delle mie funzioni pubbliche.*
La sentenza dice una cosa molto semplice, ma importante: un consigliere regionale *ha il dovere* di parlare, controllare, denunciare, criticare e assumersi responsabilità pubbliche quando sono in gioco servizi sanitari, soldi pubblici e diritti dei cittadini.
Il Tribunale ha riconosciuto che le mie dichiarazioni avevano *un fondamento di verità, derivante da documenti, verifiche amministrative e atti ufficiali,* comprese le criticità riscontrate sul personale sanitario e sulla gestione del Centro.
Ha inoltre riconosciuto che:
* il Centro operava da oltre vent’anni senza aver vinto nessuna gara;
* le mie dichiarazioni erano inserite in un contesto politico-amministrativo legato alla legge mia legge regionale d’internalizzazione;
* i toni usati, pur severi e pungenti, non superarono i limiti della continenza e della critica politica.
C’è un passaggio della sentenza *che considero il più importante*. Il giudice scrive che il diritto di critica è uno “strumento della libertà di pensiero pluralista” e che la possibilità di valutare comportamenti di amministrazioni pubbliche e soggetti coinvolti nei servizi pubblici è *“cardine fondamentale della democrazia effettiva”.*
Ciò vuol dire che *chi esercita funzioni pubbliche non deve tacere* per paura delle querele o delle richieste milionarie di risarcimento. *Deve parlare*, se ha elementi per farlo, e deve farlo soprattutto quando si occupa di sanità pubblica.
*È stata una vicenda durissima* e con mille ostacoli e complicazioni. Provo però sollievo per una decisione che non tutela me soltanto, ma il principio secondo cui i politici, quando difendono l’interesse pubblico e controllano che sia rispettato, non commette un abuso, ma compiono il proprio dovere.
E io, semplicemente, ho fatto il mio dovere.
*Dedico questa “vittoria”* a tutte le persone che sono morte con il dubbio di non essere state assistite come si doveva, ai loro familiari e a quella parte del personale del Centro di riabilitazione – pochi – che sin dal primo momento “sguainarono con me la spada” del rigore e del coraggio.
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