Ma la pasta fa davvero ingrassare? – del dr. Claudio Mustich (biologo nutrizionista)

La pasta, come la pizza, appartiene a pieno titolo alla nostra tradizione a tavola, è infatti sicuramente un elemento caratterizzante della cucina italiana.
Usciamo completamente dai luoghi comuni dei cibi che fanno ingrassare o dimagrire, tout court, perché dal punto di vista scientifico ciò che bisogna realmente considerare sono le condizioni cliniche della persona, quando e come l’alimento viene assunto e le sue combinazioni con altri alimenti.
Questo vale per tutti i nutrienti, non solo per la pasta.
Ribadisco sempre che non ci sono cibi buoni e cibi cattivi, ci sono soltanto cibi adeguati o non adeguati a una situazione fisiologica, clinica, metabolica, ormonale.
Questa premessa è necessaria perché la pasta è spesso nel mirino delle diete. Chi si confronta con il sovrappeso sacrifica innanzi tutto il suo appuntamento con quello che con molta probabilità è uno dei suoi piatti preferiti.
La pasta invece è un alimento molto utile al nostro organismo in precise condizioni ovvero è un alimento da non escludere affatto a priori ma da contestualizzare nel quadro di salute personale.
Questo vuol dire:
-considerare le condizioni cliniche di partenza
-capire quando consumarla
-tenere ben presenti le combinazioni alimentari (proprio la pasta pone ad esempio subito in evidenza i condimenti che spesso influiscono sui processi digestivi) in relazione agli obiettivi funzionali e metabolici che vogliamo ottenere.
La pasta è un alimento ricco di carboidrati e degli aminoacidi triptofano e lisina. Il triptofano è un precursore della serotonina cioè quel neurotrasmettitore utile a innescare una serie di meccanismi che svolgono un’importante azione di induzione del sonno e, insieme al potassio, un’azione miorilassante.
Questo cosa può immediatamente suggerire? Che se la pasta, tra le sue proprietà, esercita pure una buona azione soporifera e di sedazione del sistema nervoso, è un alimento estremamente interessante per la cena se ho una condizione di partenza di insonnia, nervosismo, ipereccitabilità.
È bene però precisare che bisogna prestare attenzione sempre a come è composta la cena complessivamente, quindi anche in proteine e verdure, onde evitare di annullare il potenziale terapeutico della pasta.
Non è escluso d’altra parte che una discreta (per evitare la sonnolenza postprandiale) quota di pasta possa essere consumata anche a pranzo, associata a un apporto di proteine, di ortaggi crudi che favoriscono i processi digestivi e di frutta nei casi in cui questa è opportuna. Per concludere,
la scelta negativa, se mai, è l’eccesso quotidiano: non è un piatto di pasta a farci ingrassare ma il carico di carboidrati che facciamo mangiando magari brioche a colazione, pasta a pranzo e biscotti a merenda

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