L’ANGOLO DEI LIBRI – “Febbre” di Jonathan Bazzi

Assegnato il Premio Strega 2020 (per la cronaca: ha vinto Il colibrì di Sandro Veronesi, romanzo di cui – in questa rubrica – è stata già raccontata la forza meravigliosa della vita che contiene), la lettura di questa settimana recupera il romanzo rientrato a sorpresa, grazie all’articolo del regolamento che prevede l’imprescindibile presenza di un piccolo editore tra i finalisti, nella sestina dei candidati al maggiore premio letterario italiano. Non che di Febbre, di Jonathan Bazzi, non se ne fosse già riconosciuta la potenza. Uscito per Fandango nel 2019, è di certo uno dei libri d’esordio più significativi degli ultimi anni: da una parte, per quella sua politica vocazione, resa manifesta sin dall’epigrafe, di voler parlare «ai bambini invisibili», a coloro che – nel corso di quella guerra di logoramento che può diventare l’esistenza – fanno fatica ad accettare e a definire i contorni della propria personalità; dall’altra, per la scrittura di Bazzi che non arretra di fronte al degrado, alla violenza, all’amore e alla sua mancanza. Il libro, fortemente autobiografico, è costruito sull’alternanza perfetta di due binari narrativi: da un lato, l’infanzia di Jonathan a partire dal primo, vivido ricordo dei genitori; il paese in cui è cresciuto negli anni novanta all’ombra della torre della Telecom , Rozzano e i suoi abitanti, coprotagonisti del romanzo («Il Bronx del Nord: il paese dei tossici, degli operai, degli spacciatori. I tamarri, i delinquenti, la gente seguita dagli assistenti sociali. (…) Sud raffreddato, senza mare, senza famiglia, senza più tradizioni. È la sua forza impetuosa e animale virata al negativo, affamata, ingabbiata in quei palazzi in serie senza mondo intorno»). Dall’altro, la febbricola che arriva un giorno e non va più via, l’ansia, gli esami, il reparto di Malattie infettive del Sacco (sì, quel Sacco che in Italia tutti avremmo imparato a conoscere), la diagnosi di sieropositività. Le parole sono impregnate della sostanza che attraversa i giorni di Jonathan, mentre noi assistiamo al processo dell’educazione di sé – metaforico assemblamento di «cornici, sponde, bordi: madri e padri impersonali» per quando non ci sono quelli in carne e ossa e, anche, posizionamento di «cardini alla gabbia toracica – poter scegliere l’ampiezza dell’apertura – e del fil di ferro dentro il corpo d’argilla, per non collassare ogni volta». Anche la malattia diventa elemento che forma in positivo l’identità: essa diventa qualità stabile che, tuttavia, non deve obbligare il singolo corpo (e costringerlo e marchiarlo), bensì appartenere al mondo, cioè essere raccontata («Voglio rimanere là dove sta il dolore, per frammentarlo con le parole e fargli fare un po’ meno male»): eccolo, sotto i nostri occhi, l’allenamento – autentico e preciso, dolce e spietato – a nuove, universali consapevolezze.

Diana A. Politano

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