La vita docile è il libro del poeta Maurizio Cucchi uscito, per Mondadori, lo scorso 10 marzo (un giorno prima, cioè, che anche alle librerie venisse imposta la chiusura per far fronte alla drammatica emergenza pandemica che tuttora sconvolge i nostri giorni). Quasi un destino racchiuso sin nel titolo: l’idea per cui la vita spesso non possa che farsi docile rispetto al verificarsi di quella infinita miriade di circostanze che, seppur impensate fino ad un certo punto, mostrano d’improvviso il peso ineluttabile della loro concretezza. Il libro d’altronde racconta di un amore, quello tra Agnese e Pino, nato nella Milano di inizio Novecento: lei, giovane sarta orfana di padre e di modeste origini; lui – appartenente ad una agiata famiglia siciliana – nella città meneghina per studiare Ingegneria al Politecnico. Il loro è un sentimento che germoglia, vinta «la resistenza, sempre meno sincera» di Agnese, grazie ai casuali incontri per le strade del quartiere del Lazzaretto dove entrambi abitano; fiorisce ai Giardini, quelli dove un tempo sorgeva il celebre Caffè Concerto Morisetti, e matura al buio dei cinema nascenti, il Mondial in particolare, che ancora esiste. Sarà la prima guerra mondiale a dividere le loro strade, quando Agnese è incinta ma la ricca famiglia siciliana non vuole saperne: Pino diventa ufficiale e si allontana da «quella tipetta mora, agile e con lui sempre silenziosa», sposando – col beneplacito della famiglia – una nobildonna. La guerra, con i solchi che scava nella mente, l’ambizione, ma anche la malattia e la fatica di campare faranno sì che i due non avranno la forza di ritrovarsi. Tuttavia, le loro vite così semplici e drammaticamente incompiute rimangono fino alla fine percorse dalla nostalgia interiore di un sentimento forte, dalla malinconia che viene da ogni promessa non mantenuta. Coincidenze, divaricazioni che prendono forma in un testo asciutto: ricostruzione – attraverso il sogno di fotografie ingiallite (e pose, e luoghi perduti a far da sfondo), articoli e documenti – di due esistenze minime e di frammenti d’Italia, ma anche passeggiata nei territori dell’ipotetico, delle parole che per sempre, ancora, potrebbero essere dette.
«(…) e se il dolore
talvolta mi confonde credimi
non ho mancato la mia vita»
Diana A. Politano













































