La cultura e i suoi tabù: cronaca di un evento fuori dal coro – di Gabriele D’Amelj Melodia

E siamo al Day After. Venerdì pomeriggio, nello storico sito del Bastione San Giacomo, ho tenuto, per l’Associazione Culturale “ Porta d’Oriente  “, una conversazione spettacolo sul tema delle arti sorelle e dei rapporti tra pittura, poesia e musica. “ Quando le  Muse vanno  a braccetto “,  era infatti il seducente titolo dell’incontro, svoltosi con la preziosa collaborazione della Dott.ssa Maria Grazia Palazzo, poetessa che opera a Monopoli ma è molto nota nel Salento. Con il supporto audio-visivo che proponeva immagini e suoni pertinenti alle liriche che man mano venivano presentate, ho cercato di offrire una forma di fruizione sinestetica che ricostruisse, “ negli occhi della mente “, l’incanto e la suggestione scaturente dalla simultanea, globale percezione del godimento intellettuale.

Nel contempo, mi è parso opportuno incorniciare i vari temi, e legare le varie fasi prestazionali, con una cornice che facesse da riferimento al quadro d’assieme. Ad esempio, prima di  presentare  gli abbinamenti iconici e musicali da inserire con la lettura de “ L’Infinito” leopardiano, mi è sembrato opportuno  introdurre il tutto con una breve analisi del periodo di riferimento storico culturale in cui l’idillio venne composto,  e con un altrettanto breve commento ragionato sul testo stesso.

 Le mie osservazioni, tutte giocate sul filo dell’ironia e della leggerezza, volevano concretizzare esattamente quanto annunciato in locandina. Se, quindi, si trattava di formulare una proposta definita “ conversazione spettacolo “, essa tali requisiti doveva  appalesare e non altri. La mia lettura, tra il serio e il faceto, originale e solo lievemente provocatoria, aveva soltanto l’obiettivo di stimolare la riflessione e aprire nuovi orizzonti interpretativi, ma sempre in chiave colloquiale, divulgativa, perché l’attore principale della performance , e cioè il sottoscritto, non ha mai millantato specifiche competenze professorali, sempre invece rivendicando, con orgoglio, il suo stato di amatore puro,  accreditato da oltre quarant’anni di pubblicistica culturale.

 Ma a qualche signore è parso offensiva la mia disinvolta interpretazione fuori dagli schemi usuali. Il povero Giacomo, a sua insaputa, è diventato allora  come la mamma, la squadra del cuore o la Madonnina di gesso tenuta in corridoio: un tabù intoccabile. E chi infrange le regole dunque, non può che essere censurato.

In ogni caso, se qualcuno si è scandalizzato per i miei arditi accostamenti, per le mie ipotesi azzardate ma comunque mai … sacrileghe, è perché è abituato a considerare la cultura tout court come un sacro recinto ( religio ) di addetti ai lavori, di intellettuali organici-sacerdoti che officiano le proprie funzioni con linguaggio convenzionale e modi e tempi paludati, accademici ( spesso interminabili e noiosi ). E’ perché confonde il mezzo con il messaggio, perché vuol riconoscere autorevolezza solo a chi ha ufficialmente la patente abilitativa per portare in giro il verbo sapienziale, mentre riserva a chi non appartiene alla casta, solo perplessità superciliose, quando non disapprovazioni pregiudiziali.

Eppure non è concetto ostico quello che discrimina l’ambito precipuo del rigore scientifico, e cioè il mondo della ricerca universitaria, dei convegni di studio ecc., da quello meno ingessato, e perciò più libero e informale, degli incontri tra soci e simpatizzanti di club e associazioni territoriali. Qui non ci sono rigidi paletti, ed è sempre auspicabile una maggior libertà d’approccio e di svolgimento delle varie tematiche artistiche e culturali in genere.

Se le cose che ho detto io le avesse dette Sgarbi o Baricco, il pubblico, pagante, si sarebbe spellato le mani nella festosa estasi del consenso acritico. Eppure di gente a “ Zero tituli “ è piena la storia. Don Benedetto Croce, Palazzeschi, D’Annunzio, Quasimodo, Montale, Sciaia, Bufalino e tanti altri non erano “ poeti laureati “ eppure.. Per non parlare di fior di giornalisti, anche brindisini, che i titoli se li sono guadagnati, eccome, sul campo.

Concludendo, il mio “ épater le bourgeois “ era solo un espediente dialettico per stimolare e non far assopire il pubblico in sala, non numerosissimo e proprio per questo qualificato. Qualcuno però è rimasto perplesso, un ignoto signore ha manifestato addirittura insofferenza. A tutti costoro rivolgo l’invito, in futuro, ad eludere le mie iniziative e ad andare invece a presenziare a quelle belle prolusioni verbose e monocordi con cui, anche a Brindisi, dotti relatori annichiliscono per due ore i malcapitati spettatori i cui volti,  dapprima pallidi, si colorano con il passar delle mezz’ore, prima in verdognoli, quindi in rosso paonazzo. Infine, le spalle degli incauti si piegano, come gravate dall’insostenibile peso di quelle cappe plumbee che Padre Dante mette addosso ai poveri ipocriti descritti nel XXIII canto dell’Inferno.

Forse una maggiore apertura mentale e disponibilità nei riguardi di chi propone percorsi alternativi aiuterebbe non solo a far circolare meglio le idee e a formare “ simposi “ davvero stimolanti, ma ci farebbe anche uscire da quel clima di provincialismo d’antan che ancora alberga nella nostra città e nel cuore di qualche piccolo borghese passatista.

                                                                                        Gabriele D’Amelj Melodia

2 COMMENTI

  1. Gabriele, ti dico una cosa sola: continua su questa felice strada che hai intrapresa, ché ci arricchirsi culturalmente e farai un’opera meritoria per la cultura.

  2. Penso che per brindisi sia tutto uno spreco..e lo sai..ma ti ostini..dovresti proporti altrove .lecce per esempio.altro livello.in tutto da sempre.

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