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Chi è il «libero lettore» che ispira sin dal titolo il nuovo libro di Alessandro Piperno, da poco edito per Mondadori? Il pluripremiato scrittore (il suo Inseparabili ha vinto nel 2012 il Premio Strega), docente di Letteratura Francese e saggista, delinea con stile arguto un preciso identikit di coloro che amano vagare «nel magico paese della letteratura», ritenendoli costantemente caratterizzati da una serie di elementi che si impongono rispetto agli altri lettori. «Mentre il lettore di saggistica pretende dai libri (…) un rigoroso fact checking, il divoratore di romanzi chiede solo di essere ingannato» e orienta le sue ricerche letterarie verso storie che tengano desta la sua fede nel romanzo, che sappiano compiere il miracolo di farlo trovare al cospetto di una frase mirabile o di uno snodo narrativo incisivo, che lo leghino con vincolo empatico profondo ai personaggi della cui immaginazione diventa suo desiderio impadronirsi.

Il libero lettore è colui che rivendica il proprio diritto ad esercitare – si badi – non la virtù, bensì il vizio della lettura, e ad esserne euforico, incostante e insubordinato perché essa è puro piacere, non studio né lavoro critico, così che «la sola classificazione che lo interessa è quella che separa i romanzi che producono endorfina da quelli che fanno venire l’emicrania, i pochi che cambiano la vita dai troppi che non cambiano niente». Se già il prologo del libro vale ad accendere di curiosità per la maniera effervescente di considerare il segno letterario e per la ricchezza di aneddoti, spigolature e rimandi che ne costellano la scrittura, la seconda parte del libro regala un viaggio sentimentale tra i libri degli «otto scrittori di cui non so fare a meno» del sottotitolo. Ci sono Tolstoj, Flaubert, Stendhal, Austen, Dickens, Proust, Svevo e Nabokov e a ciascuno viene riservato uno sguardo che punta a metterne in luce il tratto esemplare dell’opera, il valore che ne determina lo status di classico, di opera cioè – per dirla con Calvino – che «provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso». E mentre la Austen, che riconosce gli oscuri impulsi che agiscono sulle nostre personalità e la disgrazia dell’esistere, ristabilisce in parte gli equilibri attingendo al motivo fiabesco del fato benigno, Proust, con la sua ricerca del tempo perduto e ritrovato, ci fa dono del tono avvolgente della sua scrittura, ritmato da un uso del tempo verbale che diventa lotta e vittoria sul Tempo o, ancora, Svevo e il suo Zeno fanno vacillare le nostre certezze quanto alla buonafede del personaggio, giocando a celarne il risentimento, la «protesta metafisica» verso il mondo. Tutto è lì a ricordarci che «il romanzo è un genere sporco, compromesso con la vita» ed è per questo che noi liberi lettori non possiamo farne a meno.

Diana A. Politano

 

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