Se, come spesso si è scritto, i libri rappresentano porte verso luoghi remoti e figure lontane, è pure vero il contrario: che i libri, cioè, siano porti cui approdare dopo un viaggio. E così, un breve soggiorno in Sicilia offre l’occasione per riprendere in mano un volume attraversato molti anni prima, con il desiderio di ritrovarvi l’insondabile sensualità di Palermo nei nomi delle sue strade e dei palazzi così teatralmente tesi tra fasto e decadenza. Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, romanzo – divenuto ormai un classico – la cui stesura definitiva è del 1957, ritrae la Sicilia tra il 1860 e il 1910, raccontando le vicende di una delle più illustri casate del tempo e, in particolare, del principe Fabrizio Salina.

Le otto parti di cui il libro si compone sono segnate sia dal tempo dettato dalla Storia (la quale – con lo sbarco dei garibaldini e poi l’annessione della Sicilia – sempre più pressantemente si fa sentire nei salotti dell’aristocrazia siciliana, determinando il senso dell’incombente fine), sia dalle interazioni del Principe con il mondo che gli è attorno, sia dalle chiare volute in cui si struttura il suo pensiero. Se da una parte egli è scettico rispetto al progredire degli eventi storici, dall’altra risulta intimamente consapevole dell’opportunità delle parole pronunciate dall’amato nipote Tancredi («Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi»), e tuttavia certo della irreversibile decadenza della classe nobiliare. A dare sicuro conforto ai tormenti del vivere – inesorabilmente stretto tra l’amore e la morte, tra la serenità e l’amarezza – restano le stelle (il principe è infatti cultore di astronomia e di scienze matematiche) e le poche «pagliuzze d’oro dei momenti felici» da «raggranellare fuori dall’immenso mucchio di cenere delle passività». Infine la Sicilia, e i suoi luoghi cari: il paesaggio aspro e magnetico è continuamente riflesso nella narrazione, diventa oggettivazione degli stati d’animo, delle asperità della vita e del caos delle vicende umane, malamente illuminate da una stella abbagliante e priva, però, di ogni sfumatura apollinea. «Il sole (…) si rivelava come l’autentico sovrano della Sicilia: il sole violento e sfacciato, il sole narcotizzante anche, che annullava le volontà singole e manteneva ogni cosa in una immobilità servile, cullata in sogni violenti, in violenze che partecipavano dell’arbitrarietà dei sogni». Da qui il fascino di quei chiaroscuri così netti e il desiderio di ritrovarli, anche solo in un libro.

Diana A. Politano

LASCIA UN COMMENTO