Il colibrì di Sandro Veronesi

Marco Carrera è un uomo buono, è un uomo buono e bello e virtuoso. Incarna alla perfezione quell’ideale di rettitudine così ben espresso dai Greci e inteso come attitudine, priva di ogni contenuto moraleggiante, a rendere questa nostra vita umana degna ed esemplare. Marco Carrera dà mostra di sensibilità e senso di giustizia, di attenzione e premura verso le relazioni, gli oggetti, i dettagli di bellezza da cui è attorniato, ed è – Marco Carrera – il protagonista de Il colibrì, il nuovo romanzo di Sandro Veronesi, edito da La nave di Teseo. Di Marco Carrera abbiamo una prima immagine risalente al 1999 quando, a sua insaputa, sta per ricevere nel suo studio medico la visita (da parte dell’analista di sua moglie, scopriremo) che cambierà la forma di molte sue certezze. A poco a poco, la narrazione dispiega la sua (pressoché intera) vita: scombinata la sua esistenza, svelato il filo rosso del suo essere. Nato e cresciuto negli agi di una famiglia borghese fiorentina, al ritmo lento di una mondanità frequentata da intellettuali e avanguardisti dell’architettura, circondato da dischi, libri, oggetti di design e con la sola insana passione per il gioco d’azzardo a spezzare la noia di un’adolescenza privilegiata, Marco Carrera avrà terribile esperienza del dolore, ci si ritroverà immerso, come tutti. Erano una famiglia, e il dolore li aveva dispersi, resi incapaci di respirare come si deve: eppure Marco Carrera dimostra quanto possa essere bello perseverare, porsi strenuamente al cospetto del dolore, senza per questo sottrarsi al cambiamento o alla fiducia – quella che verrà da Miraijin, l’uomo nuovo dal volto di una bimba che darà luce e dolcezza inattesa ai suoi giorni. «Riesci a fermarti nel mondo e nel tempo, riesci a fermare il mondo e il tempo intorno a te, certe volte riesci addirittura anche a risalirlo, il tempo, e a ritrovare quello perduto, così come il colibrì è capace di volare all’indietro»: ecco che colibrì cessa di essere il soprannome materno, dovuto a quel deficit di crescita poi colmato, per impregnarsi di un senso di eroica grandezza – quella che ci spinge a pregare «per lui, e per tutte le navi in mare».

Diana A. Politano

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