Covid: morire da soli, in ospedale, è disumano. Ma ancor più straziante, per chi rimane, è dover salutare un ‘sacco nero’ – EDITORIALE

Il virus ci sta mettendo di fronte prove alle quali non eravamo affatto pronti. Oltre alla paura del contagio, alla necessità di dover convivere con le restrizioni ed alle enormi difficoltà di tipo economico che la gran parte della popolazione sta vivendo, c’è un aspetto – ancor più terrificante – che nessuno vorrebbe mai dover subire. Basta accendere la tv o sfogliare un giornale ed ecco passare in rassegna volti di mamme, papà, nonni, mariti, mogli, figli. Sono i visi dei malati e dei loro cari: di chi ce l’ha fatta, di chi sta ancora combattendo e di chi se n’è andato. Ed è soprattutto su questi ultimi che vorrei puntare l’attenzione, oltre che sui loro parenti. Chi vive il dramma del covid, soprattutto chi è costretto a ‘viverlo’ chiuso tra le quattro mura di un ospedale, è costretto alla solitudine: nessuna visita, nessun contatto, eccetto – nei casi più fortunati – quelli resi possibili dai telefonini, attraverso cui, chi può e chi ha ancora le forze, riesce a fare una videochiamata. E se da un lato l’ammalato soffre la solitudine, dall’altra parte si vivono indicibili sensi di colpa, perché  essere presenti nel momento di difficoltà della persona a noi cara è fondamentale. Saperla da sola,  sapere che in quel momento la tua mancanza viene sentita in modo particolare è un ulteriore motivo di sofferenza. Basti pensare alla situazione di un figlio che dice addio ad un genitore: accompagnare verso la fine il proprio padre o la propria madre è un modo per restituire quanto è stato fatto per noi. E questo, in qualche modo, aiuta ad alleggerire la nostra sofferenza. Ma in questo periodo di pandemia tutto è vietato. Persino salutare per un’ultima volta la persona a noi cara. Pensare ad un padre, ad una madre, ma anche ad un amico (con i quali, se ricoverati, è stato impossibile avere contatti diretti duramente la malattia) che, una volta morti, vengono chiusi, sigillati in un sacco nero, è quanto di più disumano possa accadere. Non poter vedere i propri affetti neppure da morti è straziante. E’ vero, sono le norme anticontagio che lo prevedono: il virus – pare – potrebbe ancora essere contagioso, anche quando il cuore cessa di battere. Ma, probabilmente, consentire almeno il riconoscimento della salma, utilizzando tutti i dispositivi di protezione, sarebbe un gesto che restituirebbe un briciolo di pace ad un cuore già devastato da una perdita incommensurabile per una malattia che, ad oggi, ci appare ancora tanto assurda…

Pamela Spinelli

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