Addio a Gino Paoli, il cantautore dei sentimenti imperfetti

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Intervista a Gino Paoli per Rai Radio 2, Sanremo 2023

La scomparsa di Gino Paoli di oggi, verso mezzogiorno, va ben oltre quella che è la perdita di un artista, poiché è come se rappresentasse la fine di una certa idea di tempo, di parola e di sentimento, perché a Gino Paoli si pensa in prima persona e in primo luogo quando si fa riferimento alla “musica di una volta”. Un lutto quasi antropologico: Paoli apparteneva a una generazione che ha vissuto la trasformazione dell’Italia da paese contadino a società industriale e poi postmoderna, e lo ha fatto senza mai smettere di osservare l’umano nella sua dimensione più privata.

Nato a Monfalcone nel 1934 e cresciuto a Genova, Paoli si forma in una città che è già di per sé confusionaria, poiché funge da porto, da zona di passaggio e anche di frontiera. È lì che prende forma quella che verrà chiamata “scuola genovese”, un movimento più esistenziale che musicale, che include figure come Fabrizio De André, Luigi Tenco, Bruno Lauzi e Umberto Bindi. Ma Paoli, anche dentro quel gruppo, resta una figura laterale, quasi refrattaria. Se De André costruirà un immaginario letterario e Tenco incarnerà la tensione tragica, Paoli sceglierà una terza via: quella dell’essenzialità emotiva.

I suoi esordi alla fine degli anni Cinquanta coincidono con un’Italia che sta cambiando pelle. Con “Il cielo in una stanza”, scritta nel 1959, Paoli ci dona una metafora e un’immagine che emoziona , universalmente, tutti, ovvero l’infinito dentro il quotidiano, cioè che non può essere racchiuso in niente, lo porta dentro le quattro mura di una stanza. Il brano, reso celebre anche dall’interpretazione di Mina, diventa un punto di svolta nella musica italiana non solo per il successo che ebbe, ma perché cambia il modo di concepire il testo: la canzone non è più solo intrattenimento, ma esperienza.

La sua vita personale, segnata da relazioni intense e spesso complicate, si intreccia profondamente con la sua produzione artistica. Il rapporto con Ornella Vanoni, ad esempio, non è solo una storia d’amore, ma un’unione creativa che attraversa e sconvolge la musica italiana.

Uno degli episodi più noti e drammatici della sua vita avviene l’11 luglio 1963, quando tenta il suicidio sparandosi al cuore. Sopravvive per miracolo e il proiettile non colpisce organi vitali rimanendo, però, nel suo corpo per tutta la vita. Questo fatto, che in altri avrebbe potuto diventare elemento di costruzione pubblica, in Paoli resta invece quasi sotterraneo. Non lo trasforma in un personaggio sopravvissuto o un uomo che ha visto la morte in faccia ed è stato in grado di sfuggirle, ma ne fa esperienza profonda e riflessione, silenziosamente, così come il dolore viene affrontato silenziosamente nelle sue canzoni. Negli anni Settanta e Ottanta si avvicina al jazz, collaborando con musicisti di grande livello e sperimentando. Un altro elemento interessante della sua figura è il rapporto con la politica istituzionale. Paoli è stato anche parlamentare, ma la sua presenza in quel contesto appare dissonante perché non è mai stato un politico nel senso tradizionale, ma piuttosto un osservatore che si è trovato temporaneamente dentro. Non era un “produttore” di brani, ma qualcuno che scriveva quando aveva qualcosa da dire, ed è per questo che la sua scrittura è più vicina alla poesia non tanto per la forma, ma più per la capacità di suscitare ed evocare.

Aurora Lezzi

 

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