BRINDISI – “3.200 anni di storia di Brindisi, sottratti ai brindisini! In un colpo solo ci hanno privato di 3 importanti luoghi della nostra storia e della nostra cultura popolare. Punta le Terrare (l’area in cui tutto ebbe inizio, la prima Brindisi storica), la spiaggia di Sant’Apollinare e la ‘Casa dei Fantasmi’. È umiliante, una vera e propria violenza, trovere un cancello che preclude l’accesso ad un luogo cosi importante, che dovrebbe appartenere a tutti noi. Ma la cosa peggiore è che la gran parte dei brindisini non se ne è nemmeno accorta e che chi se ne è accorto, chi dovrebbe tutelare il nostro patrimonio storico culturale, fa finta di nulla. Sono disgustato!”.
Lo dichiara Danny Vitale, presidente del Gruppo Archeo Brindisi.
4.300-3.300 anni fa. Fase Protoappenninica-Appenninica.
“L’insediamento preistorico di punta delle Terrare – si legge nella nota dell’associazione – nei pressi della villa Monticelli/Skirmut, è situato nella parte media del porto di Brindisi e risale alle varie fasi dell’età del bronzo, tra la seconda metà del XV e gran parte del XIII secolo a.C. in particolare. Fu scoperta dagli archeologi negli anni ’60 e il materiale rinvenuto è conservato in parte nel Museo Archeologico Provinciale “F. Ribezzo” di Brindisi (MAPRI) ed in parte nel Museo Nazionale di Egnazia. L’area del porto medio di Brindisi, adiacente alla celebre spiaggia di sant’Apollinare (che attualmente si identifica con Punta delle Terrare), reca nel nome stesso l’importanza storico-archeologica del sito. Punta delle Terrare – Età del Bronzo. Con “terrare” si identificavano appunto i “cocci” che affioravano abbondanti dalla collinetta prospiciente la parte esterna del seno di Levante, prova evidente della frequentazione del sito già in età protostorica, nell’età del Bronzo. In Puglia l’introduzione della metallurgia del bronzo avvenne attorno all’inizio del secondo millennio avanti Cristo; il bronzo, lega di rame e di stagno, risultò un materiale molto più duttile e malleabile del rame per la produzione di utensili, ornamenti, armi (lo stagno si estrae dalla cassiterite che proveniva da giacimenti in Nord Italia e Nord Europa). La ricerca di tali materiali spinse gruppi di uomini provenienti da varie parti del Mediterraneo a spostarsi incrementando così i traffici commerciali e gli scambi culturali. L’utilizzo di attrezzi in bronzo e la diffusione dell’aratro permisero l’intensificarsi delle attività agricole con conseguente aumento demografico che portò a un incremento del numero e dell’estensione degli insediamenti posizionati principalmente in punti topograficamente strategici come appunto il porto medio di Brindisi. Presso punta delle Terrare, il lavoro degli archeologi che hanno studiato i vari livelli stratigrafici dell’area ha permesso la datazione dei reperti al periodo del bronzo medio e quindi all’età micenea (Miceneo I e II).
Antichi navigatori si insediarono in questa posizione strategica per i loro traffici ed al contempo generosa di acqua dolce fornita dagli antichi canali di Fiume piccolo e di Fiume grande. Il retroterra era ubertoso e ricco di cacciagione (un meraviglioso palco di cervo rinvenuto nell’area è conservato al Museo di Egnazia). Continui scambi con le popolazioni elladiche arricchirono le popolazioni locali dal punto di vista materiale e anche socio-culturale. Nell’area di Punta delle Terrare si sono svolte campagne di scavo curate della Soprintendeza negli anni 1966 – 72 (Lo Porto) e nel 1979-81. Gli studiosi hanno ipotizzato che il sito dell’insediamento doveva essere ben più esteso di quello attuale occupando l’odierna zona di costa Morena e molto probabilmente anche l’isola di Sant’Andrea. Bisogna considerare che il livello del mare era almeno due metri più basso rispetto ad oggi. Con fondate evidenze archeologiche è quindi possibile sostenere che tutta questa zona debba essere considerata “la prima Brindisi storica”.
Nel sito sono state trovate diverse strutture di capanne protette da mura di cinta a secco, aree di lavoro, e (di particolare interesse) una fornace a ferro di cavallo con pani di argilla pronti per essere lavorati; gli scavi hanno portato alla luce una grande quantità di reperti di ceramica di produzione domestica liscia preparata a mano con argille di provenienza locale e ceramica di importazione a decorazione appenninica con motivi a spirale o a meandri ottenuti con l’incisione. L’abbondante presenza di scarti di cucina e vasellame ha permesso di risalire alle abitudini alimentari e allo stile di vita degli antichi abitanti di questo insediamento dediti alla raccolta di molluschi e alla pesca (come si deduce dal ritrovamento di resti di molluschi, in particolare patelle, e resti di fauna ittica come saraghi e addirittura cerni ), alla caccia (ritrovamento di palchi e ossa di cervo e di cinghiale), alla produzione di ceramica domestica, all’allevamento; il ritrovamento di fuseruole in argilla (pesetti per filare), fa supporre che gli abitanti dell’insediamento fossero dediti alla lavorazione della lana. Come molti altri siti dell’età del bronzo della costa pugliese (per esempio i recenti scavi sugli scogli di Apani), Punta delle Terrare fu abitata per alcuni secoli e poi abbandonata prima dell’età del ferro. Il ritrovamento di vasellame in ottimo stato nell’insediamento e le tracce di incendi fanno pensare a un abbandono repentino dell’area e attestano (come per altri insediamenti coevi della Puglia), che il periodo fu caratterizzato da sconvolgimenti socio-politici che lasceranno spazio all’arrivo di altri popoli indoeuropei e alla nascita della civiltà Iapigio-Messapica”.
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Redazione |












































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